Chi siamo e cosa vogliamo

Il Ticino e la crisi
In Ticino i salari sono i più bassi della Svizzera, il salario mediano è di 4200 Franchi lordi. La disoccupazione si fa sempre più importante attestandosi circa al 5% e in particolare tra i giovani dove va oltre il 10%, ossia oltre 8’000 disoccupati e almeno altrettanti in assistenza. Le piccole aziende fanno fatica a sopravvivere, il numero di fallimenti è proporzionalmente il più elevato della Svizzera. I colossi industriali e finanziari delocalizzano, come successo alla ex-Invertomatic di Quartino o si rifiutano di pagare le tasse correttamente come le banche di Lugano. Tutto ciò causa una serie di reazioni a catena come la precarizzazione dei posti di lavoro, la diminuzione dei salari, la diminuzione del gettito fiscale per lo Stato con i conseguenti tagli alla spesa. La redistribuzione della ricchezza non funziona e il divario fra ricchi e poveri aumenta. Il 10% dei cittadini più ricchi guadagna ogni anno oltre il 30% del totale dei salari e dispongo di circa l’80% della ricchezza totale, mentre gli altri, i lavoratori e le loro famiglie, si spartiscono le briciole.

In Ticino stiamo vivendo gli inizi della prossima grande crisi del capitalismo, i ceti popolari hanno sempre meno da spendere per far fronte a costi sempre più alti, di questo passo si va dritti verso una forte battuta d’arresto del circolo economico, come è già successo in molto paesi d’Europa.

Una forte accelerazione in questo senso è stata data nel 2003, dopo che con il sostegno di Plr, Ppd e Ps è stata introdotta la Libera circolazione delle persone, assieme a tutti gli altri Accordi bilaterali, con l’Unione Europea, permettendo lo sviluppo di una feroce concorrenza al ribasso tra lavoratori residenti e frontalieri. Sindacati e Ps si sono venduti per delle “misure d’accompagnamento” che avrebbero dovuto salvaguardare il mercato del lavoro, ma in realtà non sono servite a niente. I Partiti della destra xenofoba hanno quindi avuto gioco facile nel fomentare il populismo che porta alla guerra tra poveri, favorendo solo gli interessi padronali.

Seguendo le linee guida degli organismi del liberismo internazionale (Fmi, Ocse, Ue) il padronato svizzero assieme ai loro rappresentati politici, hanno spinto il paese, in ogni ambito, ad essere sempre più imbevuto delle logiche del libero mercato, del massimo profitto e sottomesso al potere delle multinazionali.

Tutti i servizi pubblici: trasporto pubblico, telecomunicazioni, scuole, ospedali, energia sono stati sottoposti ai criteri del settore privato. Si investe solo quando c’è un tornaconto economico per il capitale, si spinge il personale a logiche individualiste basate sulla meritocrazia, si tagliano i servizi poco redditizi.

Tutte le associazioni padronali di categoria hanno rimesso in discussione dei diritti sanciti nei contratti collettivi. In alcuni casi, come nelle cave o per il personale delle cure a domicilio, il principio secondo cui dei sindacati possano trattare affinché un intero settore ottenga delle condizioni d’impiego dignitose è rimesso completamente in discussione, da padroni che intendono cancellare i contratti collettivi.

La borghesia continua a sfruttare e spremere non solo la popolazione, ma anche le risorse naturali, provocando un impoverimento pure sul piano ecologico. Il territorio nel fondovalle è ormai stato quasi completamente occupato da centri commerciali e depositi logistici inutili anche dal lato occupazionale. Il traffico sarà sempre più caotico, anche con il tentativo di aggirare l’iniziativa delle Alpi e costruire un secondo tubo autostradale nel S. Gottardo, facendo crescere in continuazione l’inquinamento.

Il modello di sviluppo imposto dalla destra, fedele al principio secondo cui vige l’assolutà libertà d’intraprendere come e dove vogliono i padroni, con l’aiuto dello Stato che gli offre continui sgravi fiscali, sta portando alla rovina la splendida regione naturalistica che è il Ticino. Favorendo un modello industriale che punta solo sulla massimizzazione dei profitti per i grandi padroni, a scapito di tutti i lavoratori e le loro famiglie, si mettono in crisi anche altri settori economici come il turismo, l’artigianato e l’agricoltura.

Le forze politiche maggioritarie in definitiva spingono per far diventare il Ticino un semplice asse di transito dove tutta l’attività economica dipende dagli scambi commerciali tra Italia e Germania.

Urge un movimento popolare per cambiare sistema
Se non vi sarà una netta inversione di rotta, per il futuro dei ceti popolari si prospetta purtroppo una forte accelerazione di questi fenomeni che porterà ad una maggiore disuguaglianza tra pochi ricchissimi e una grande maggioranza di poveri, al collasso dell’economia locale e ad un crescente sperpero di risorse naturali. Di fronte all’incapacità da parte di Lega, Plr, Ppd e Ps di far fronte all’avanzata della crisi, una sempre crescente fetta della popolazione ha perso fiducia nella politica e in chi la fa.

Tuttavia il cambio di società non è alle porte, molti pensano che cambiare sia utopia e quindi si rifugiano nella ricerca del benessere individuale. L’ideologia individualista ha tolto la speranza di un cambiamento a molti che si sono lasciati sedurre dal sogno americano: “da solo contro tutti diventerò ricco”.

Per sperare concretamente in un futuro migliore bisogna invece organizzarsi e lottare collettivamente, uniti per gli interessi della maggioranza, il Partito Operaio e Popolare si pone questo obiettivo. Il Pop invita i ceti popolari e prendere coscienza che solo loro, impegnandosi nelle battaglie quotidiane per i propri diritti, possono cambiare lo stato di cose presente. Bisogna abbandonare l’idea di democrazia della delega, dove i politici risolvono i problemi per gli altri. Tutte e tutti devono essere politici ed organizzarsi nel territorio per far sentire la propria opinione.

In particolare le nuove generazioni devono prendere coscienza che libertà e diritti non sono stati regalati da chi comanda, per fare bella figura. Ci sono state le lotte della classe operaia, delle donne, degli studenti di tutto il mondo che hanno permesso di migliorare la qualità di vita. Oggi con l’avanzare della crisi il padronato tenta di erodere ciò che è stato conquistato in passato, anche perché non incontra più un movimento popolare unito, organizzato nei luoghi di lavoro, nei centri di formazione, nei quartieri e nelle valli. Il Pop vuole ridare slancio all’autorganizzazione dei ceti popolari per la difesa delle libertà e dei diritti e per spingere verso un cambiamento di sistema dove non ci siano più sfruttati e sfruttatori.Retour ligne automatique

Non ci possiamo appoggiare alla sinistra vecchia maniera

Le attuali forze politiche di sinistra si sono rivelate incapaci nel giocare il ruolo d’opposizione al governo. Negli ultimi anni non si è mai riusciti ad incidere nel dibattito politico, per esempio riempiendo una piazza per contrastare le politiche anti-sociali, autoritarie e anti-ambientali promosse dal Consiglio di Stato.

Da un lato c’è la sinistra moderata, guidata dal Partito socialista, che da anni, se non decenni, funge da freno alle rivendicazioni popolari, cercando costantemente la quadratura del cerchio per far convergere interessi popolari con gli interessi borghesi. Il loro fedele sostegno al progetto d’integrazione europea mina ogni speranza di cambiamento della società Svizzera in favore dei lavoratori. Con le regole dell’Ue una società socialista non è possibile, a dimostrazione che il PS non vuole veramente combattere il capitalismo.

L’ambiguità del Ps è stata severamente sanzionata dalle urne dove la sinistra va di sconfitta in sconfitta. I dirigenti socialisti non sono più in grado di confrontarsi con i ceti popolari, semplicemente perché da anni non ne fanno più parte. Prova ne è che delle idee fondamentalmente giuste come i salari minimi, la cassa malati unica o la lotta alla discriminazione degli stranieri hanno subito delle secche batoste.

I partiti minori della sinistra adottano comportamenti estremisti nei confronti del movimento sindacale e settari rispetto alle forze sociali vicine alla sinistra. Questi comportamenti, dettati da personalismi, non gli permettono di acquisire una vera capacità d’incidere sul territorio.

A chi ci criticata perché abbiamo diviso la sinistra, rispondiamo che la nostra volontà è di unire la classe operia e i ceti popolari in un movimento di lotta fondato sulla solidarietà, per promuovre il cambiamento sociale, economico e politico del sistema. Purtroppo negli ultimi anni non abbiamo visto l’impegno dei vari partiti di sinistra a fianco delle lotte operie, ed è proprio questa una delle ragioni che ci ha spinto a fondare il Pop. Evidentemente nel caso ci fossero delle realtà politiche che condividono l’obiettivo di sostenere e sviluppare il movimento di lotta siamo aperti a lottare assieme.

Il Pop non è solo, ha un partito e un progetto in tutta la Svizzera e in tutto il mondo
Il Pop vuole essere una solida sezione del Partito Svizzero del Lavoro e quindi parte attiva del movimento comunista internazionale. Attivo in Ticino, il Pop rinasce dall’esigenza di dare voce e spazio ai ceti popolari nell’arena politica cantonale. Quale forza presente nelle lotte quotidiane ha l’obiettivo di organizzare i lavoratori e le loro famiglie in un movimento politico che faccia tornare la voglia di cambiare il paese. L’essere parte di un Partito nazionale per noi significa dere credibilità al progetto di cambiamento che non può di certo avvenire in un solo cantone.

La nostra lotta è stata iniziata oltre novant’anni fa da compagne e compagni sostenitori del marxismo e della teoria della prassi sviluppata da Lenin, oggi continua con chi crede che cambiare profondamente la società sia giusto ed è quindi necessaria una rivoluzione del sistema politico, economico e sociale.

Per noi rivoluzione significa: democrazia, lavoro ed ecologia e quindi ci battiamo affinché chi dirige il paese sia messo con le spalle al muro se vuole continuare la politica del capitale contro i diritti e le libertà della popolazione, contro i lavoratori e le lavoratrici, contro l’ambiente. Noi vogliamo un sistema dove ogni cittadino/a abbia gratuitamente accesso ad ogni servizio sociale di base, dove la proprietà dei mezzi di lavoro sia collettiva e la produzione pianificata in funzione delle necessità della popolazione e nel rispetto della natura.