Approfondiamo il sostegno al referendum contro i regali ai ricchi

La crisi strutturale che è in corso da oltre un decennio ha colpito nel vivo i ceti medi, i quali, impoveriti e atterriti, hanno revocato il mandato alla grande borghesia imprenditoriale e finanziaria ma anche a quella culturale, accademica e mediatica, e pensano di poter fare da sé. Individuando un capro espiatorio nei movimenti migratori e in una vaga idea di establishment e immaginando illusorie soluzioni autarchiche e protezionistiche. In Ticino come in tutti i paesi europei, hanno allora buon gioco le forze più reazionarie all’interno delle classi dominanti, le quali sono abili a camuffarsi dietro l’idea “populista” di un superamento delle categorie politiche di destra e sinistra e a proporsi come il Nuovo, cavalcando il malcontento e il rancore della piccola borghesia verso tutto ciò che puzza di cosmopolitismo.

Va preso atto – ahinoi – che un’epoca è tramontata e che la democrazia moderna, quel regime storico che univa diritti politici e diritti economici e sociali, si è esaurita per una lunga fase. La sconfitta delle classi subalterne ha mandato in frantumi l’unità del mondo del lavoro, che era stata la condizione del riequilibrio delle società europee e della democrazia stessa. E ha aperto un ciclo nuovo, nel quale alla privatizzazione del Welfare si accompagna una ridefinizione integrale della strutturazione dei poteri e delle competenze di governo/amministrazione tra livello territoriale e livello sovranazionale. Inutile farsi illusioni, perciò: non solo non abbiamo ancora visto nulla di ciò che ci capiterà, ma va anche preso atto che nei drammatici rapporti di forza determinati dall’offensiva delle classi dominanti non esistono scorciatoie elettoralistiche o carismatici conigli dal cilindro, come questa riforma fiscale e sociale, che possano coprire o attutire una crisi che ha un carattere strutturale.

Perdite di 30 milioni per il Cantone e di circa 20 milioni per i Comuni porteranno a nuovi tagli, che colpiranno ovviamente i soliti noti : le/i 13’000 disoccupate/i, le 20’000 persone che vorrebbero lavorare di più ma non possono, gli 8’000 beneficiari di prestazioni assistenziali.

Si potrebbero aggiungere molti altri dati, ma la questione è sotto gli occhi di tutti: precarietà, crisi lavorativa, povertà diffusa sono logiche conseguenze di uno Stato che si è appiattito in maniera bipartisan (ossia per quanto riguarda i principali poli politici del Cantone) sull’adesione acritica alle politiche liberiste, non volendo o non avendo nemmeno più gli strumenti cognitivi (è il caso delle formazioni di “sinistra”) per mettere in discussione le strutture imperialiste che hanno permesso e guidato in maniera sotterranea questo processo.

A tale situazione politico-partitica fa da parallelo una condizione di strutturale debolezza sindacale: le organizzazioni, nonostante una proclamata autonomia, hanno seguito nella sostanza la politica di conciliazione social-liberista imposta dalla dirigenza del Paese, mettendo sempre più in archivio l’arma dello sciopero e diventando compartecipi oggettivamente del processo generale di attacco al mondo del Lavoro.

Naturalmente in un contesto sempre più degradato socialmente e culturalmente, a migliaia di lavoratori queste diatribe di organizzazioni percepite come inesistenti o insignificanti appaiono un retaggio di un passato scomparso, e tra le minoranze che mostrano ancora un vago interesse per tali aspetti l’unica questione che si pone è quella di unire le forze “di sinistra” verso un’indistinta unità socialisteggiante, o anticapitalista, o antiliberista, o popolare, a seconda del grado di coscienza politica dell’opinionista di turno.

Per tutti questi motivi il POP Ticino sostiene con convinzione il referendum contro la riforma fiscale e sociale e invita le cittadine e i cittadini ticinesi a firmarlo e a farlo firmare.

Gian Piero Bernasconi, Supplente segretario del Partito operaio e popolare Ticino, sezione del Partito Svizzero del Lavoro

 

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