La rivoluzione indipendentista catalana

Intervista a Joan Carles Cirera Izquierdo

Professore di filosofia dell’Università Autonoma di Barcellona, esperto di filosofia del diritto

Cosa pensi del conflitto tra indipendentisti e unionisti? La società civile catalana è spaccata?

No, non come vogliono farlo credere da fuori.

Da anni cercano di dimostrare che lo spagnolo viene discriminato qui in Catalogna. Io stesso all’Università, e non sono l’unico, la prima cosa che faccio è chiedere se tutti mi capiscono quando parlo catalano. Se anche solo una persona mi dice che non lo capisce, passo allo spagnolo, senza alcun problema, come sto facendo con te in questo momento.

Ma questo è quello che viene trasmesso da i mezzi di comunicazione spagnoli: che c’è uno scontro, che ci sono due Catalogne, una Catalogna democratica che vuole rimanere all’interno della Spagna e una Catalogna totalitaria –questo è l’uso che stanno facendo– dittatoriale e autoritaria che vuole parlare solo catalano: identitaria, razzista, nazionalista e tutti gli aggettivi che supponevano il nazionalismo quando scoppiò la guerra di Yugoslavia.

Che solo si voglia parlare catalano e che si voglia imporre il catalano è falso. L’immersione ha avuto un successo totale, tutti i bambini parlano perfettamente sia catalano che spagnolo e sanno più lingue qui in Catalogna e nei Paesi Baschi che in altre regioni della Spagna, ma cercano di venderla come una frattura della società.

Cos’è successo? Quel che è successo è che, da quando è iniziato il referendum e il programma indipendentista, la gente che non credeva in questo tipo di politica non si era ancora manifestata. Circa un mese fa, quando c’è stato il referendum, è nato un partito che si chiama Società Civile Catalana, il cui finanziamento è molto oscuro, e sono iniziate a spuntare le bandiere spagnole. E, qui in Catalogna, quando spunta fuori la bandiera spagnola in una manifestazione per l’indipendenza, non succede nulla, perché uno degli esempi che la Catalogna può dare all’Europa è la volontà di fare una rivoluzione dal basso. La rivoluzione indipendentista – un milione, un milione e mezzo di persone hanno partecipato alle manifestazioni – è stata assolutamente pacifica. La gente rideva, parlava, non c’è stato alcun tipo di violenza. E sono state accettate senza problemi bandiere spagnole, bandiere venete, bandiere corse, da qualunque luogo venissero.

Il problema è stato quando sono entrate in gioco le forze di estrema destra, rompendo vetrine, scontrandosi con i manifestanti antifascisti… è la storia di sempre. Qui in Catalogna non ho ancora visto una manifestazione in cui qualcuno è stato insultato. Quando invece il governo catalano è andato all’udienza nazionale a Madrid, da una parte c’erano i politici catalani che l’accompagnavano per sostenerlo e, dall’altra parte, c’erano gli spagnoli che erano contro e i termini più delicati che si sentivano erano “figlio di puttana vattene in prigione”. Parole di questo tipo che non aiutano la risoluzione pacifica del conflitto.

Cosa credi che succederà? Cosa dobbiamo aspettarci?

Ce n’è per tutti i gusti. Da Madrid dicono… non lo ha detto il governo, il governo se ne sta zitto, c’è stato un consiglio straordinario dei ministri e non è trapelato nulla, non è stato pubblicato nulla sul BOE, quindi siamo in un limbo: sono state imposte tutta una serie di misure senza che venissero pubblicate sul BOE (il Bollettino Statale Ufficiale, cioè dove si pubblicano le leggi affinché entrino in vigore). Il governo sta zitto, ma voci di partiti politici unionisti, tra cui il vice-presidente del senato (vale a dire l’istituzione territoriale che ha approvato l’articolo 155), dicono che il 155 non sarebbe dissolto dalla creazione di un governo catalano con le elezioni del 21 dicembre, ma che potrebbe invece estendersi. Questo implica che la sovranità della Catalogna come soggetto politico autogovernato sarebbe completamente dissolta.

In teoria, quel che dovrebbe succedere è che, concluse le elezioni del 21 dicembre, indipendentemente dal risultato, tutti lo rispettino e che venga creato un nuovo governo. Il 155 è stato invece imposto da Madrid per garantire la convivenza democratica e la costituzionalità rotta dalla dichiarazione di indipendenza. Se con le elezioni ci fosse un altro governo,, il 155 perderebbe tutto il suo valore.

Stanno occupando la Catalogna. Non dovrebbero essere qui, non è il loro territorio, dovrebbero andarsene. Per il momento è tutto una grande incognita, non sappiamo se se ne andranno. Non sappiamo nemmeno se saranno arrestati i membri del governo catalano per evitare che scappino. Il governo catalano non potrà fare nulla considerando che le elezioni si svolgono con 10-12 persone in carcere per aver difeso le proprie idee, per delitti politici e con il pericolo che la sentenza finale possa costargli 30 anni di prigione ciascuno, e con 8’000 poliziotti che controllano il territorio, con la polizia locale limitata dalla statale. Quel che prevedo sono disturbi per strada, non può essere altrimenti.

Noi catalani siamo molto pacifici, molto pazienti, molto tranquilli, ma non possiamo permettere che vengano annullati 40 anni di autogoverno e centralizzati 40 anni di diritti per colpa di una politica irresponsabile. Forse da entrambe le parti, ma soprattutto dalla parte statale per essersi rifiutata categoricamente  di accogliere alcuna delle ripetute richieste del governo catalano.

Rispetto al mandato di cattura per Puigdemont, cosa credi che succederà?

Per il momento il mandato è valido in qualsiasi paese dell’Unione Europea. Curiosamente, si tratta di una procedura proposto dal governo spagnolo nel 2012, che fu poi riformata nel 2014, per evitare che etarras che avevano commesso delitti potessero rifugiarsi in territorio europeo. In teoria, nessun territorio europeo l’ammette, perché Schengen significa libera circolazione, tutti i paesi riuniti in uno. Chi ha più interpretato e dilatato i tempi in questo campo è stato il governo belga, per il fatto che il Belgio ha un problema molto simile al catalano, visto che metà della popolazione è francofona e l’altra metà fiamminga. La parte fiamminga, dove si suppone che si rifugerebbe Puigdemont, vuole separarsi o in ogni caso una relazione dall’attuale. In effetti il partito più importante della coalizione al governo in Belgio è quello indipendentista fiammingo. È la parte dell’Europa più ricettiva al problema di Puigdemont, dei suoi consiglieri e della Catalogna. Il governo belga ha però dichiarato che Puigdemont ha diritto di stare lì, quasi come se fosse in vacanza come potremmo esserlo tu ed io, e nient’altro. Puigdemont ci è andato per questo, ma anche perché è la capitale dell’Europa, dove ci sono tutti i media e aumenti la possibilità di risonanza delle sue parole. Dicono che un mandato di arresto può metterci tra 45 e 60 giorni ad essere portato a termine perché si tratta di un mandato che passa di giudice in giudice, vale a dire che non interviene alcun politico (i politici intervengono in caso di estradizione). Un giudice spagnolo lo detta e un giudice fiammingo o francofono decide, a dipendenza del luogo. Visto che con l’ETA i giudici fiamminghi sono riusciti ad allungare fino a 10 anni la consegna degli etarras (argomentando che non c’era alcuna sicurezza giuridica che non sarebbero stati torturati), suppongo che la partita di Puigdemont è cercare di allungare il più possibile il suo soggiorno il Belgio per mantenere la forza del movimento da fuori. In questo momento, se finisse in prigione, la situazione si complicherebbe parecchio.

Non so quali saranno i suoi prossimi movimenti, non ha fatto nuove conferenze stampa. Qui in Catalogna, la grande maggioranza dei catalani lo interpretano più che altro come un gioco strategico. È chiaro che se non si ferma tra 60 giorni finirà in prigione. Vedremo con le elezioni, a dipendenza del risultato, se sarà altrettanto facile arrestare Puigdemont come lo è oggi.

In che senso è un gioco strategico?

È un gioco strategico nel senso che, l’unica forza del movimento indipendentista è quella di internazionalizzare il conflitto. Cioè, il movimento indipendentista catalano è un movimento pacifico, dal primo all’ultimo momento. È un movimento pacifico perché è stato deciso che fosse così e perché non ha senso che sia un movimento violento: la forza dello Stato spagnolo è talmente assoluta che la Catalogna verrebbe schiacciata. Essendo un movimento pacifico e, trattandosi di un’epoca in cui, grazie alle reti sociali, le cose si sanno subito fin dall’altra parte del mondo, è molto importante rendere pubblico quello che sta succedendo. Puigdemont ha detto che stanno violando i valori dell’Europa, che dovrebbero essere la democrazia, il rispetto dei diritti umani e la libertà, solo per il fatto che è stata fatta una dichiarazione d’indipendenza. Non ci siamo ancora indipendentizzati, abbiamo solo fatto una dichiarazione, una proclamazione, è solo l’inizio di un processo d’indipendenza. Pretendono di giudicarci per ribellione, ma la ribellione è un delitto che in tutti i paesi europei è definito come un sollevamento armato, un sollevamento militare. Puigdemont ha rinfacciato agli europei che trattano l’Europa come se si trattasse esclusivamente di un trattato commerciale, economico, che gli importano solo le questioni economiche, mentre le questioni legate ai diritti umani, alla libertà e alla democrazia e alla legalità sono considerate secondarie. È anche vero che la Spagna è il paese più indebitato con l’Unione Europea e a quest’ultimsa interessa che la Spagna rimborsi i propri debiti, quindi non muoveranno nemmeno un dito per trovare una soluzione. L’unico modo per far sì di ottonere qualcosa è ripetere la situazione nella quale ci troviamo: siamo un paese strutturato a partire da unità territoriali indipendenti, in cui lo Stato è intervenuto su tutti gli aspetti. Siamo arrivati alla violazione dei diritti dei governanti, il che è gravissimo.

Vale la pena ricordare che l’ultima volta che è successo qualcosa del genere è stato nella Repubblica di Weimar: l’articolo 48 è l’origine del nostro articolo 155 e non dà la facoltà a nessun governo di fare quello che sta facendo il governo spagnolo, dice solo che, in caso di disobbedienza, le autorità dell’autonomia disobbediente devono tornare alla legalità, nient’altro. Il problema politico fondamentale che si nasconde sotto tutto questo è quello dell’incompatibilità della popolazione catalana che è disposta a giocarsi il proprio futuro -perché indipendenza significa turpolenze per almeno 4 o 5 anni- affinché i propri figli vivano meglio. Questo è un problema che è stato completamente ignorato dal governo spagnolo. Ignorato nel senso che tutti i messaggi emessi da Madrid per il resto della Spagna presentano l’indipendenza catalana come il frutto di un gruppo di pazzi che hanno deciso di rovinare il proprio paese. Quando si parla di tutto questo non si mostrano mai le manifestazioni, la gente che è scesa per strada per chiedere libertà, per chiedere la libertà dei prigionieri politici. Tutto questo non è mai stato preso in considerazione e, quando lo è stato, è stato sminuito: si è parlato di manipolazione, di indrottinamento. Ci trattano come bambini, come se non sapessimo quel che vogliamo. Uno o due anni fa eravamo la locomotiva della Spagna, lo siamo sempre stati, ogni paese ha una parte più sviluppata economicamente. La Catalogna è il 16% della popolazione spagnola, ma rappresentiamo il 21% del PIL del paese. Questo è stato ignorato in modo offensivo, trattandoci come persone che non hanno diritto di decidere del nostro futuro.

Ci hanno appena informato che è stato emesso un mandato di cattura per Junqueras e altri 8 ministri. Come credi che questo evento influenzerà la situazione?

Oltre che vice-presidente del governo catalano, Junqueras è un professore di storia molto importante, proprio della mia università, l’Università Autonoma. È un nome conosciuto a livello internazionale per i suoi lavori e un politico, fa parte di sinistra repubblicana da diversi anni.

Non credo che lascierà la popolazione catalana indifferente perché l’incarcerazione di tutte queste persone non ha una data di scadenza. I giudizi potrebbero concludersi in dicembre 2018. Mettere queste persone in prigione credo sia l’errore più grosso che la Spagna può permettersi, non solo nei confronti della Catalogna, ma di tutta l’Europa, anche se di errori ce ne sono stati un sacco.

Quel che è sicuro è che la percezione che abbiamo è che l’80-85% dei catalani hanno detto di volere un referendum, che sia per dire di sì o di no. Vogliamo essere ascoltati, vogliamo esprimere la nostra opinione. Questo 80-85% dei catalani, l’unica cosa che vogliono è che lo Stato spagnolo cambi la sua forma di concepire l’unità del paese in modo autoritario, con la forza, la repressione e la violazione dei diritti fondamentali.

Non abbiamo mai preteso di costruire l’indipendenza della Catalogna alle spalle della Spagna, ma insieme alla Spagna. Quel che vogliamo è creare una relazione diversa con la Spagna, ma insieme alla Spagna, partecipando a partire dal passato comune e partecipando insieme al nostro socio economico più importante, così come noi siamo il loro. Pare invece che il governo di destra concepisca la mano pesante e la repressione come l’unico modo di trovare una soluzione.
Mi spiace molto perché credo sia un errore gravissimo che può portare solo agitazione.

Cos’è lo stato d’eccezione previsto dall’articolo 166 e cosa implica?

Lo stato d’eccezione non l’hanno applicato. Implicherebbe che la maggior parte dei diritti regolati dai primi 8-10 articoli della Costituzione -che sono i diritti fondamentali- verrebbero sospesi. Sarebbero sospesi soprattutto i diritti politici: la libertà di riunione, la libertà di associazione, i partiti politici e il soffragio passivo, cioè il diritto di votare. Verrebbero sospesi fino a nuovo ordine, questo sarebbe lo stato d’eccezione. Lo stato d’eccezione è l’ultima risorsa a disposizione di uno stato. Quando uno stato si ritrova a dichiarare lo stato d’eccezione, è perché prevede una guerra civile. Non dovrebbe mai accadere in un paese democratico, non dovrebbe nemmeno essere contemplato. È stato contemplato, si è parlato di applicarlo, ma credo che le pressioni dell’Europa sono state troppo forti. Al momento la gen​​te può manifestare, ma pensa che se venisse applicato i l116 le manifestazioni sarebbero proibite, tutte le manifestazioni. Eppure non scarto completamente la possibilità, visto come ha agito la destra, come si è scontrata per strada con la gente, come ha distrutto beni rimanendo impune, non escludo che l’estrema destra agisca a proprio piacere. Al momento, in Catalogna la maggior parte delle persone considerano che si è trattato di un errore e non avrebbero mai agito in questo modo.Mi piacerebbe molto che qualcuno di voi e di altri media europei possa spiegare l’ambiente che si respira in Catalogna e che lo vediate, che vediate come si svolgono le manifestazioni e quel è la dinamica. Vedreste che si tratta di una società civile che vuole cambiare, non solo la Catalogna, ma la Spagna, perché siamo convinti che il nostro sollevamento come società civile rivoluzionerà i fondamenti dello Stato che è rimasto anchilosato nel post-franchismo e che deve cambiare. Per diverse persone, tra cui politologi, costituzionalisti, gente che ha un’opinione fondata su questi temi, è probabile che il movimento indipendentista catalano servirà affinché, in futuro, lo Stato spagnolo si rinnovi, come il 15M. Questa volta qui sono scese molte più persone per strada a dire: “basta, vogliamo essere liberi”. Questo significa un altro modo di intendere la politica, dalla base fino ai politici. Quel che hanno fatto i politici catalani è stato semplicemente “tomar” (come si dice in catalano), prendere questa sfida e convertirla in politica, che è quello che la gente stava chiedendo, e non il contrario: indicare alla gente quel che deve pensare o che deve fare. Questo dà molta speranza che, in futuro, tutto possa cambiare.

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