Risoluzione del primo congresso del Partito Operaio e popolare. Contro la crisi: unità, organizzazione e lotta di classe

Le condizioni e le contraddizioni delle forze sociali, economiche del Cantone. La situazione sempre più difficile per chi lavora

In Ticino la crisi del capitalismo continua a intensificarsi: lo sfruttamento continua ad aumentare, perché è l’unico modo per la classe borghese di continuare ad accrescere i propri profitti in un sistema di concorrenza mortale tra le aziende, private e anche pubbliche.

Il Ticino è considerato una regione ad alto rischio povertà a livelli paragonabili solo ai paesi europei più in crisi come Grecia, Irlanda, Romania, Bulgaria, Spagna, Italia e Portogallo. In questi paesi la politica ha perso il controllo sul capitalismo. Questi paesi d’Europa non sono più sovrani del loro destino, sono stati esclusi dal nucleo ristretto delle metropoli imperialiste e devono pagare i loro “debiti”. Il Ticino sta facendo la stessa fine e tutto parte dall’enorme crisi del lavoro che stiamo subendo.

La disoccupazione e il precariato sono sempre più importanti :

In Ticino vivono 352’000 persone, 187’000 persone che dovrebbero lavorare per vivere. 139’000 hanno un lavoro salariato, 35’000 sono invece indipendenti, 8000 sono in “assistenza”, 6’000 sono disoccupati iscritti agli Uffici regionali di collocamento. Rispetto al tempo di lavoro ci sono 21’000 precari che lavorano saltuariamente, 35’000 sono i tempi parziali di lunga durata, di cui una buona parte non sono voluti, per cui solo 119’000 persone lavorano a tempo pieno.

Se consideriamo che il mercato del lavoro in Ticino offre posti di lavoro anche a 61000 frontalieri, certamente fa impressione il dato che il 25 % delle persone residenti in Ticino che possono e devono lavorare è precario o senza lavoro. Ammettendo che i disoccupati, le persone in assistenza, i precari e i tempi parziali vogliano lavorare a tempo pieno ci vogliono almeno 50’000 posti di lavoro a tempo pieno in più.

Le ore di lavoro lavorate in media a settimana sono 41.5 nonostante ci siano i sottoccupati che sono il 34% dei tempi parziali in assoluto. La disparità tra chi deve lavorare tantissimo e chi ha la possibilità di lavorare meno di quanto desidera è mascherata dalla media delle ore, ci sono lavoratori che fanno in media più di 9 ore al giorno 6 giorni a settimana e lavoratori che lavorano cinque giorni al mese.

Se si imponesse una migliore regolamentazione delle ore di lavoro, con massimo senza eccezioni di 36 ore a settimana (1882 annue) l’economia ticinese potrebbe offrire 197’000 posti a tempo pieno quindi 67% in più di quelli attuali.

Combattere il precariato e la disoccupazione è colpire il tallone d’Achille del capitalismo. I disoccupati non lavorano perché il sistema li esclude, non sono individualmente responsabili della loro disoccupazione. In Svizzera come in ogni paese capitalista la disoccupazione è gestita e regolata dal capitale per mettere pressione sui salari e i diritti di chi lavora.

I salari sono i più bassi della Svizzera e diminuiscono come dimostra lo studio dell’unione sindacale.

Chi lavora se ne è già accorto da un pezzo, soprattutto nelle professioni operaie nel privato: in Ticino i salari stanno diminuendo, sia rispetto al potere d’acquisto che in valori reali. Gli stratagemmi per diminuire i salari sono molti, ma tutto ha origine dall’aumento della manodopera disponibile, « l’esercito di lavoratori di riserva » che con l’introduzione del lavoro interinale, la liberalizzazione dei permessi di lavoro, la continua riorganizzazione delle aziende hanno aumentato fortemente la concorrenza tra lavoratori. Il precariato ha allungato la lama del coltello tra le mani dei datori di lavoro e di conseguenza ha fatto diminuire i salari.

In Tutte le professioni non regolamentate da salari minimi fissati nei CCL i salari sono in caduta libera, per esempio nel ramo degli architetti e ingegneri non essendoci un minimo salariale oggi si trova personale laureato che guadagna meno di un manovale muratore. Dove vi è un salario minimo di categoria spesso è fissato così basso che non serve a rispondere alla problematica dei salari che non permettono di vivere, per esempio nel ramo degli orologi, nel ramo della ristorazione, nella grande distribuzione e anche nella metalmeccanica. Nei rami con dei CCL che prevedono salari minimi buoni: edilizia, artigianato, sociosanitario da un lato, soprattutto nei cantieri, si sviluppa il lavoro nero e ogni sorta di falsificazione di documenti per pagare meno, mentre in generale si penalizza chi è formato, la formazione che da diritto da un salario superiore non viene più considerata.

Con la diminuzione dei salari gli spazi culturali e sociali e sportivi sono sempre più inaccessibili dal punto di vista finanziario, i clienti diminuiscono perché i salari non bastano più per andare al bar, al cinema, a teatro, a fare un attività sportiva o a sentire un concerto. Inoltre la politica e le forze dell’ordine sono sempre più repressive nei confronti dell’aggregazione popolare.

I colossi industriali e finanziari delocalizzano, licenziano e si rifiutano di pagare le tasse oltre a peggiorare di continuo le condizioni di lavoro

L’industria

Con la scusa del Franco forte molte aziende “votate” all’esportazione hanno aumentato l’orario di lavoro e ridotto i salari, molte aziende hanno ridotto i salari di tutti i dipendenti non per colpa dell’aumento dei costi, ma con la scusa di diminuire i salari “reali” dei frontalieri. Queste politiche economiche anti-operaie e anti-sindacali sono studiate a tavolino dal padronato e i sindacati non riescono a contrastarle con forza e in molti non vi è la preparazione per affrontare dei colossi come le industrie Svizzere.

Nelle fabbriche la dittatura regna, i sindacati nella maggior parte dei casi non possono entrare nello stabilimento, e quando lo fanno non produce grandi risultati. La problematica delle delocalizzazioni è irrisolta. I colossi che hanno acquistato numerose aziende ticinesi di prestigio le stanno ora chiudendo, una volta recuperati i brevetti e la conoscenza. Gli esempi della Caterpillar e della General Elettrics sono i più lampanti.

Tra i vari modi di rigenerarsi il capitalismo usa spostare di continuo i siti di produzione per andare alla ricerca di migliori condizioni di sfruttamento. La politica è totalmente impotente di fronte alla volontà di delocalizzare delle aziende, la libertà di fare impresa in Svizzera è assoluta. Questo pesante ricatto permanente nelle grandi aziende pesa come un macigno sulla forza sindacale dei lavoratori e delle lavoratrici del settore.

Così negli scorsi anni gli attacchi padronali ai lavoratori hanno continuato ad aumentare, in particolare con la scusa del rafforzamento del Franco. Il movimento sindacale ha saputo battersi per difendere i diritti, come nel caso della Exten di Mendrisio e della SMB di Biasca, contro i tentativi di ridurre fortemente i salari e aumentare le ore di lavoro. Che la lotta paga in alcune industrie si è capito, che stare uniti e astenersi dal lavoro è il miglior modo per rovesciare il rapporto di forza tra chi lavora e il padrone, anche! Purtroppo però in molte altre aziende gli operai hanno lasciato applicare misure di risparmio drastiche senza resistenza.

Le banche

Nel 2011 la crisi internazionale del capitalismo con il suo epicentro in Europa, ha fatto rafforzare la moneta svizzera al punto di spingere la Banca Nazionale Svizzera a fissare il cambio con l‘euro a 1.20. Questo ha significato l’impegno di acquisto di Euro da parte della BNS per garantire il cambio fisso, provocando un immenso accumulo di Euro nelle casse della BNS. L’abbandono di tale soglia è dovuta all‘immissione da parte della BCE di oltre 1000 miliardi di Euro nel mercato finanziario pochi giorni prima della decisione della BNS. La conseguenza è stata un ulteriore indebolimento della moneta unica sul Franco creando una diminuzione del saggio di profitto per molti finanzieri per ragioni di cambio, e poi una “stabilizzazione” del cambio, con l’arricchimento di altri o degli stessi grazie alle operazioni speculative sulla moneta. L’attuale liberalizzazione del cambio rimane comunque sotto stretto controllo della BNS che continua a intervenire sul mercato delle valute per cercare di non accrescere troppo il valore del Franco e mantenere l’equilibrio tra gli interessi divergenti di varie frange del capitale Svizzero. Acquistando buoni del tesoro in Euro spesso con tassi d’interesse più alti di quelli Svizzeri, la BNS incassa gli interessi sul debito dei paesi in crisi della zona Euro. La Banca Nazionale Svizzera consegue utili sul mercato valutario e finanziario di strozzinaggio dei popoli, che poi in parte vengono versati allo Stato. Di conseguenza dovrebbe essere chiaro a tutti quanto lo Stato in Svizzera sia legato a doppio mandato con un sistema finanziario internazionale di rapina.

Le dimensioni del capitale nella piccola Svizzera sono enormi. In Ticino il PIL è di circa 28.5 miliardi di franchi. La Lettonia conta 2’000’000 di abitanti ed ha un PIL di 30 miliardi. Il PIL per abitante (vuol dire compresi i bambini) è di 80’000 fr.-. L’economia da un punto di vista borghese va a gonfie vele sia nel confronto internazionale che intercantonale, il padronato continua ad accrescere il proprio capitale, in particolare gli industriali e i finanzieri. Certamente il settore bancario e finanziario in Ticino sono all’origine di cifre così impressionati sul piano monetario, ma in Ticino il 26% dei residenti è povero o rischia di diventarlo a breve secondo delle stime ufficiali.

Un sistema costruito sulla speculazione finanziaria è un castello di carta, oggi in Ticino ed in particolare a Lugano si vive una forte crisi della finanza e tutti invocano la difesa del segreto bancario. Infatti numerosi scandali internazionali hanno coinvolto la Svizzera in quanto Paese, ai quali il Consiglio federale deve rendere conto davanti ai popoli di tutto il mondo. Invece i nostri politici continuano con il sistema del paradiso fiscale come se nulla fosse.

Negli ultimi anni gli scandali finanziari si sono susseguiti uno dopo l’altro, la crisi mondiale dell’economia capitalista si fa sentire anche in Svizzera almeno dal 2001, pochi giorni dopo l’attentato del 11 settembre, in seguito alla caduta delle borse, Swissair è rimasta senza capitale ed è fallita. Poi nel 2008, c’è stato il salvataggio pubblico di UBS con 68 miliardi, banca che ancora oggi paga multe agli USA e in altri paesi per violare le loro leggi. Non dimentichiamo le importanti denunce avvenute contro moltissime banche con sede in Svizzera per aver favorito l’evasione fiscale o altri crimini finanziari riconosciuti sul piano internazionale. Anche in Ticino il malaffare della finanza è ben noto e chi vuole vedere vede! i casi : BSI che non ha più la licenza a causa di scandali di speculazione con il fondo sovrano Malese, gli scandali di Banca Stato, Banca Wyrr e caso Adria quale punta dell’Iceberg nella speculazione edilizia, ecc sono noti a tutti.

Il fallimento del capitalismo è visibile e profondo, e la ripresa in Europa non torna. La strategia per rianimare i mercati in voga tra le elittes del paese e del continente è sempre quella e splendidamente esemplificata dall’altra grande banca Svizzera. Il Credit Suisse non è certo meno invischiata negli affari falliti dell’imperialismo e per mantenersi sulla cresta dell’onda effettua migliaia di licenziamenti, quando annuncia annualmente oltre 40 miliardi di fr di nuovi depositi e continua ad essere una delle banche meglio capitalizzate al mondo… in Svizzera nessuno o quasi dice niente, nemmeno quando si toccano i bancari.

Le piccole aziende fanno fatica a sopravvivere, falliscono e sono infiltrate dalla malavita

Il capitalismo non perdona la concorrenza spietata non lascia spazio a imprenditori illuminati, chi ci prova viene sempre più messo in un angolo e non ha vita facile. Sempre più spesso anche i piccoli imprenditori praticano il dumping salariale, speculano sui salari e non riconoscono tutte le ore di lavoro ed in generale i diritti ai propri dipendenti.

L’edilizia

Nei cantieri spopola la mafia e il sindacato fatica a trovare un alternativa per dar seguito alle giuste lotte dei lavoratori. Con il rinnovo del Contratto Nazionale Mantello, scadenza che negli ultimi anni ha sempre scatenato dei movimenti di sciopero nei cantieri, in Ticino e sul piano nazionale, si è dimostrato che i lavoratori del settore non sono contenti e che è possibile ottenere maggiori diritti con la lotta. L’obiettivo in Ticino, per far fronte al forte dumping salariale e alla “mala edilizia”, nel settore si devono organizzare altre giornate di sciopero generale nei cantieri. Tra gli edili, nonostante vi sia ancora molta paura, si è costituita una forte coscienza di classe. I lavoratori sanno che uniti per i loro interessi possono obbligare il padronato a fare delle concessioni. Tutti assieme si vince, anche se non tutti hanno le stesse opinioni politiche, quando si tratta di diritti gli operai edili hanno dimostrato molte volte di essere solidali tra loro. Non solo i muratori ma anche gli scalpellini hanno scioperato per difendere il CNM, ed i gessatori erano pronti a scioperare per difendere il CCL.

L’agricoltura
La natura e il mondo agricolo sono sempre più schiacciati dall’egoismo capitalista, senza che venga riconosciuto il ruolo essenziale dei lavoratori del settore per la salvaguardia del territorio e per la produzione di alimenti. La liberalizzazione del mercato, imposta dagli accordi con l’Ue, ha rafforzato a dismisura la concorrenza con i prodotti agricoli dell’Ue, di conseguenza vi è una caduta dei prezzi su scala continentale. Alle aziende agricole svizzere si chiede di raggiungere la sovranità alimentare del paese, ma a causa del potere dei grandi distributori nel fissare (abbassare) i prezzi, si sono fortemente impoverite e non riescono nemmeno a ricavare il necessario per i contadini e per pagare dei salari dignitosi agli operai agricoli. Nel settore spesso si lavorano oltre 50 ore alla settimana, per 2’000 – 3’000 fr al mese. Di fronte ad una crisi di tali proporzioni i contadini più piccoli si fanno invogliare a vendere i terreni agli speculatori immobiliari o ai contadini più grossi che stanno costruendo delle aziende monopoliste.

Alberghiero e ristorazione

In Svizzera nei ristoranti e negli alberghi si lavora con difficoltà, i costi per le aziende sono molto alti, ciò provoca un precariato di molti piccoli datori di lavoro che poi non rispettano nemmeno i pochi diritti garantiti nel CCL di categoria. L’atomizzazione del settore non aiuta all’organizzazione sindacale, anche se nei grandi alberghi o nelle catene di ristorazione si potrebbe fare molto di più.

Piccolo commercio

Il personale della vendita è costantemente sotto attacco per il prolungamento degli orari d’apertura dei negozi. La conseguenza sul personale, in maggioranza donne, sarà un piano di lavoro ancora più flessibile e difficilmente compatibile con la famiglia. La conclusione di un vero CCL del settore è ancora lontana perché sicuramente il baratto di una nuova legge cantonale con un CCL cantonale non porterà alla risoluzione dei problemi di bassi salari e precariato. Vi è, nei negozi, una debole coscienza di classe, i lavoratori e le lavoratrici hanno poca esperienza nel difendere e promuovere collettivamente i propri interessi, bisogna recuperare!

Il pubblico impiego

I dipendenti pubblici proporzionalmente alla crescita della popolazione sono sempre meno a causa delle privatizzazioni e quelli che restano subiscono l’austerità e la gestione manageriale dei servizi da anni. Tutte le amministrazioni federali, cantonali e comunali e tutti i servizi pubblici e para pubblici quali trasporto pubblico, telecomunicazioni, scuole, ospedali, forze dell’ordine, energia sono stati sottoposti ai criteri del settore privato. Si investe solo quando c’è un tornaconto economico per il capitale, si spinge il personale a logiche individualiste basate sulla meritocrazia, si tagliano i servizi poco produttivi, si sviluppa il precariato. Oltre sopprimere altri “buoni” posti di lavoro, ad aumentare la disoccupazione, beneficiamo di un’amministrazione e dei servizi pubblici più scadenti.

Il public management che porta alla meritocrazia; delle privatizzazioni come nel caso degli ospedali, o del blocco assunzioni che crea stress e disagio tra il personale è il mantra di tutte le istituzioni pubbliche. Fortunatamente alcune categorie come ad esempio gli insegnanti, sanno mobilitarsi e in alcuni casi hanno frenato le politiche di destra promosse dal Consiglio di Stato. Con l’attuale governo bisogna restare mobilitati, sicuramente nei prossimi anni ci si dovrà battere contro l’accordo di libero scambio tra UE e USA, denominato TTIP, che è zeppo di programmi di ristrutturazione del settore pubblico e imporrà la privatizzazione di numerosi servizi di base essenziali alla vita in comune come l’acqua, la scuola, le forze dell’ordine, ecc.

I lavoratori della Posta già fortemente penalizzati dal passaggio del gigante giallo da un’azienda pubblica alla SA, si sono visti introdurre numerosi peggioramenti nel CCL, il tutto senza l’ombra di una mobilitazione. Ora la Posta vuole chiudere un terzo degli uffici postali con la volontà di sopprimere 1200 posti di lavoro.

Sebbene i mezzi di trasporto pubblico abbiano prezzi sempre più esorbitanti e non soddisfano le esigenze di mobilità, alle FFS si vogliono tagliare 1400 posti di lavoro e si segue la stessa linea della Posta, non da ultimo con il continuo tentativo di chiudere le Officine di Bellinzona. La telefonia e la diffusione di internet sono state privatizzate anni fa, provocando una forte speculazione controllata da un cartello di tre aziende con capitale a maggioranza privato. Nei prossimi anni saranno la distribuzione dell’acqua e dell’elettricità a venir prese di mira dai privatizzatori, come hanno già cercato di fare a Mendrisio.

La scuola è sempre più mercificata e al servizio degli interessi dell’economia privata già dalle scuole dell’obbligo, passando dalle scuole professionali, fino alle università ormai succubi delle multinazionali. Trasformata in un mercato delle conoscenze la scuola riproduce le élite necessarie al sistema con la creazione di scuole di serie A scuole di serie B,C… Z. Senza contare i disagi infrastrutturali dovuti a un’edilizia scolastica in alcuni casi fatiscente e la mancanza di fondi stanziati per l’assunzione di maestri-e, docenti, professori e professoresse, educatori e educatrici per offrire una formazione di qualità, se in un paese povero come Cuba le classi sono in media di 16 alunni perché in Svizzera non ci sono le risorse?! Per sostenere le giovani famiglie e i loro figli è pure necessario migliorare le offerte di asili nido, mense e dopo-scuola durante tutto l’anno civile, come anche il sistema delle borse di studio, affinché tutti i giovani che lo desiderano possano scegliere la carriera universitaria.

L’uguaglianza e la parità tra i generi

Le donne, che hanno ottenuto il diritto di voto solo nel 1971, sono ancora fortemente discriminate, nonostante l’uguaglianza nei diritti e la parità salariale siano previste dalla legge. Lo scarto salariale tra uomini e donne a pari condizioni e capacità è ancora attorno al 20%, il congedo maternità di 14 settimane è quantomeno ridicolo e il diritto ad abortire è messo in discussione, sebbene sia noto a tutti che nessuna donna interrompe volentieri una gravidanza. La società del consumo, fatta di pubblicità e bisogni effimeri, assieme alla chiesa sono due importanti vettori del patriarcato che vuole delle donne sottomesse agli uomini superficiali, dove solo l’apparenza è un fattore che le valorizza. A casa sono ancora troppo spesso solo le donne ad occuparsi delle faccende, anche quando hanno un lavoro salariato, provocando la realtà della doppia giornata di lavoro.

Diritti sociali ridotti ai minimi termini

La politica di destra non ha più limite e lo smantellamento sociale progredisce a lunghe falcate. I lavoratori e le lavoratrici hanno assistito quasi inermi ai piani machiavellici della borghesia che in pochi anni ha ridotto drasticamente i diritti sociali. Le assicurazioni sociali sono state in parte già smantellate, per volontà dei partiti borghesi che con l’appoggio del PS preparano già i prossimi tagli, dopo lunghe lotte del movimento operaio per conquistare dei diritti minimi. In particolare la LADI, l’AI, L’AVS e il secondo pilastro sono duramente colpite.

Il diritto umano della sanità gratuita per tutti non è nemmeno sul tavolo di discussione e le casse malati private stanno derubando gli assicurati a suon di miliardi di franchi. Ogni centesimo di profitto delle casse malati è un furto nei confronti di tutta la popolazione svizzera. Nessuno osa chiedere la nazionalizzazione di tutto il sistema sanitario, sia quello medico che quello assicurativo, per cui i monopoli della finanza e del settore farmaceutico continuano a massimizzare i profitti sulla salute di tutti e tutte.

L’alloggio è il culmine del paradosso: negli ultimi anni sono stati costruiti un numero record di alloggi, ma la bolla immobiliare ha portato i prezzi e gli affitti alle stelle e nessuno fa niente. Spesso il costo dell’affitto per una famiglia dei ceti popolari rappresenta oltre il 50% delle entrate mensili. La prospettiva della proprietà di una casa è totalmente fittizia, con i prezzi attuali un appartamento modesto per una famiglia costa due volte il capitale di una buona cassa pensione a fine carriera

 

Analizzare la situazione e organizzare la lotta

Aprire la mente e pensare al di fuori degli schemi del capitale

Da qualche tempo è tornata di moda la cantilena del rinnovamento dei mezzi di produzione, la tendenza storica del capitalismo di distruggere quanto crea per sostituire i mezzi di produzione con nuove tecnologie, per ottenere un aumento continuo della produttività, d’altronde necessario a vincere la concorrenza. Si minaccia la scomparsa di milioni di posti di lavoro senza contare che ogni macchina, anche quella più sofisticata è stata prodotta da lavoratrici e lavoratori in una lunghissima catena produttiva, che fa lavorare sempre più persone.

Per chi non riesce a vedere una organizzazione economica diversa da quella capitalista, certamente è impossibile uscire da questo spauracchio. In quanto comunisti crediamo che l’attuale sistema fondato sulla proprietà privata della produzione e dei mezzi di produzione e sulla libertà di sfruttare chi lavora non solo non è l’unico possibile, ma anzi ormai da tempo è lontano alle potenzialità e alle aspirazioni dell’essere umano.

La società umana si fonda sulla capacità di suddivisione del lavoro, la somma del lavoro di miliardi di donne e uomini permette alla società di esistere. Il lavoro si può trasformare, ma non eliminare, almeno non prima della società comunista. Il lavoro nella lotta contemporanea del movimento comunista contro il capitalismo-imperialismo rimane centrale e determinate. Per cambiare un sistema economico ci vuole la partecipazione di chi lavora, il sistema capitalista nonostante continua a cambiare pelle come un serpente è sempre uguale: chi ha la proprietà continua a sfruttare chi non ce l’ha. Sta alla classe operaia ricominciare a mettersi in gioco, a lottare per cambiare davvero perché altrimenti continuerà a perdere in ogni caso!

Per il POP si tratta di sovvertire i rapporti di proprietà delle aziende, attraverso la proprietà collettiva, affinché il lavoro sia di tutti e per tutti e non al servizio di pochi. Concretamente bisogna prevedere massicci investimenti pubblici per l‘occupazione. Solo se lo Stato crea posti di lavoro attraverso aziende di proprietà collettiva, invertendo i principi fondamentali del sistema svizzero, è possibile offrire un‘occupazione di qualità, sicura e dignitosa.

Trasformare l’invidia sociale in coscienza di classe

Se gli abusi padronali sono onnipresenti e il lavoro nero sono in crescita è perché manca un forte movimento operaio organizzato e unito nella lotta di classe.

Se tra i criminali fossero contabilizzati anche coloro che violano le disposizioni legali e contrattuali sul lavoro, vi sarebbe un esplosione della criminalità degli Svizzeri (imprenditori), alla faccia di chi vuole mettere in croce i migranti.

Invece ai grandi monopoli e ai ricchi finanzieri sono ancora concessi enormi regali fiscali e amministrativi con sistemi criminali che nessuno nasconde, anzi la destra si vanta di aver creato un grande paradiso fiscale dove vige il “segreto bancario”. Alla maggioranza del popolo del nostro paese però il “segreto bancario” porta solo sacrifici e rinunce, in cambio di false promesse. Un sistema fondato sulla protezione di capitali che sfuggono al fisco dei legittimi paesi non solo è immorale e ingiusto, ma è destinato a sprofondare nel profondo rosso quando il settore finanziario occidentale conoscerà altri inevitabili scossoni. La forza lavoro svizzera ha di meglio da offrire che conti “off-shore” che mettono in ginocchio gli Stati di mezzo mondo.

La crisi però causa una serie di reazioni a catena come l’aumento della povertà, del precariato, della disperazione, della rassegnazione. Infatti nella politica interna il sistema è estremamente perfezionato nel contrastare qualsiasi opposizione, per cui i lavoratori, le lavoratrici e le loro famiglie stanno subendo un arretramento dei diritti come succede in tutto il mondo.

Quando invece i lavoratori in Svizzera diventeranno protagonisti coscienti e attivi della lotta di classe, uniti senza distinzioni di sesso, età, colore della pelle, religione, lingua, paese d’origine, o cultura, allora potranno riuscire a ottenere il giusto rispetto e la giusta ricompensa per il loro lavoro. Altrimenti il lavoro sarà sempre più precario, sempre meno pagato per un orario sempre più flessibile, con costanti peggioramenti sulla salute dei lavoratori e delle lavoratrici, sia nel pubblico che nel privato.

Le nuove generazioni devono prendere coscienza che libertà e diritti oggi scontati non sono stati regalati da chi comanda, per fare bella figura. Ci sono state le lotte della classe operaia, delle donne, degli studenti, dei contadini, che hanno obbligato la borghesia a migliorare la qualità di vita. Oggi con l’avanzare della crisi il padronato tenta di erodere ciò che è stato conquistato in passato, anche perché non incontra più un movimento popolare unito, organizzato nei luoghi di lavoro, nei centri di formazione, nei quartieri e nelle valli. Il POP vuole ridare slancio all’autorganizzazione dei ceti popolari per la difesa delle libertà e dei diritti e per spingere verso un cambiamento di sistema dove non ci siano più sfruttati e sfruttatori.

Se non vi sarà una netta inversione di rotta, per il futuro dei ceti popolari si prospetta purtroppo una forte avanzata della povertà e una sempre maggiore disuguaglianza tra pochi ricchissimi e una grande maggioranza di poveri; e a un crescente sperpero di risorse naturali.

Le forze fedeli alla causa dei ceti popolari sono quelle che lottano con coraggio per esprimere le proprie opinioni non solo sui social-network o sui blog e nemmeno sui giornali e basta, ma occupando lo spazio pubblico, organizzando momenti di lotta per mostrare che siamo tanti a pensarla diversamente. Quali comunisti bisogna saper solidarizzare con le proteste popolari organizzate dalle forze sociali ed evidenziare le giuste mosse per continuare le battaglie, partecipando attivamente alle lotte sul territorio. Il nostro obiettivo è la realizzazione di azioni coordinate che denuncino i responsabili dello sfruttamento dei ceti popolari e tutto il sistema dittatoriale del capitale, per poi unire le esperienze di lotta in un movimento popolare ampio, affinché il vero cambio politico ed economico sia possibile.

Con i contraccolpi che si prospettano nei prossimi mesi e nei prossimi anni al seguito del rafforzarsi della crisi, urge intensificare le lotte e rafforzare l’organizzazione. Non basta scendere in piazza una volta ogni tanto, bisogna ricominciare a costruire delle stagioni di lotta sul territorio per promuovere gli interessi dei ceti popolari in tutti gli ambiti.

Aboliamo la pace del lavoro. I Contratti collettivi sono uno strumento di lotta per un nuovo codice del lavoro

La “pace del lavoro” persiste nonostante i datori di lavoro continuino a violarla non rispettando i contratti che loro stessi hanno firmato. Da sempre il i comunisti svizzeri si sono battuti contro il sistema della pace del lavoro che ha impedito l’istituzione di un vero codice del lavoro come invece è avvenuto in molti paesi d’Europa.

I Contratti collettivi sono i principali strumenti legali dei lavoratori per fissare i propri diritti in articoli di legge. Questi accordi presi tra datori di lavoro e sindacati sono sottomessi al regime della pace del lavoro che di fatto rende illegale l’azione sindacale nella sua massima espressione ossia lo sciopero di solidarietà generale. I lavoratori sono quindi in una situazione di debolezza, dove i diritti sono pochi e i doveri tanti. Ad ogni modo quei lavoratori che dispongono di un contratto collettivo di lavoro vivono delle condizioni di lavoro migliori rispetto alle professioni equivalenti che ne sono sprovviste. Promuovere una politica in sostegno ai lavoratori e alle lavoratrici passa per forza nell’impegno al fianco dei sindacati per migliorare i contenuti dei CCL.

Tuttavia i dirigenti delle grandi associazioni padronali e i loro seguaci sono particolarmente aggressivi. In importanti settori tradizionalmente forti da un punto di vista sindacale, i contratti collettivi vengono messi in discussione per distruggerli (Granito, Gesso) e si conclude con concessioni o soluzioni di compromesso.

La precarietà dei contratti collettivi è un grave problema per l’organizzazione operaia e lo diventa maggiormente quando alla testa di numerosi sindacati si trovano burocrati asserviti al capitale. È necessaria una nuova forza propulsiva sul piano sindacale in grado di rinvigorire la contrattazione collettiva e la lotta rivendicativa affinché emerga la possibilità di un movimento che favorisca la convergenza delle lotte affinché si possa iniziare a cambiare le regole di fondo per la negoziazione sindacale.

I lavoratori e le lavoratrici devono essere messe al centro di un nuovo codice del lavoro che preveda la rappresentanza dei lavoratori nelle aziende, con elezioni sindacali che permettano a tutti i lavoratori e le lavoratrici di eleggere dei propri delegati in rappresentanza in seno all’azienda rispetto alla politica aziendale e in difesa dei diritti dei salariati e delle salariate .

Inoltre il codice deve fissare delle regole semplici e chiare:

  • Salario minimo 4500.-
  • Ore di lavoro settimanali 36
  • 6 settimane di vacanza pagate
  • Licenziamento deve essere motivato,
  • Preavviso di licenziamento un mese per ogni anno di servizio
  • Divieto delle agenzie di collocamento

In molti, separatamente, sostengono queste rivendicazioni, ma tanti rimangono con i dubbi che una visione capitalista impone, noi vogliamo unire queste persone in un movimento dove possa far crescere la coscienza di classe e che porti alla comprensione della necessità di lottare per una nuova società socialista.

ll Partito e la classe operaia. I comunisti devono essere protagonisti di un’organizzazione operaia di lotta, un fronte sindacale di classe.

Bisogna continuare a radicare il partito tra tutti i ceti popolari. In quest’ottica vi è la necessità di rafforzare i legami tra il POP e la classe operaia, in particolare alle militanti e ai militanti d’avanguardia connessi alle lotte sindacali, favorendo e partecipando allo sviluppo di un fronte sindacale di classe.

Il fronte sindacale di classe segue un metodo che evolve in funzione dello sviluppo delle lotte sindacali sul territorio, non solo in funzione di ciò che fanno i sindacalisti, anzi soprattutto per il rapido susseguirsi di attacchi padronali, contro i quali occorre sostenere piccole e grandi lotte. Il sindacato attuale a volte è spinto a solidarizzare con esse per guadagnare la fiducia dei lavoratori, per cui il fronte sindacale di classe sostiene una strategia generale per una convergenza delle lotte affinché si possano creare le basi per un movimento rivoluzionario capace di realizzare un profondo cambiamento politico. Il Fronte sindacale di classe non è da considerarsi in primo luogo antagonista dei sindacati esistenti, ma antagonista alla borghesia, necessita però d’indipendenza organizzativa, tattica e strategica dalle burocrazie soggiogate al sistema.

Il principio su cui si fonda un fronte sindacale di classe, in lotta contro il capitalismo, è quello della difesa degli interessi di tutti i lavoratori e le lavoratrici in quanto classe, prima di preoccuparsi dell’interesse nazionale borghese, al contrario di quello che fanno i sindacati di sistema (sindacati CES – USS e Travail Suisse). In pratica occorre sviluppare una vasta rete di esperienze e conoscenze sulla maniera di far convergere le lotte per i diritti di chi lavora e aprire un cammino verso un futuro migliore per i ceti popolari. Da queste esperienze i comunisti devono organizzare una lotta a tutto campo e su vasta scala contro il capitale e indicare alla classe operaia le giuste conclusioni per il proseguo del cammino verso la rivoluzione, il socialismo e il comunismo.

 

 

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