Riflessioni del presidente del Partito Svizzero del Lavoro sulla pandemia del COVID-19

Da oltre un mese ormai, come numerose persone qui e altrove nel mondo, sono confinato. I miei figli mi hanno rapidamente fatto capire, e a ragione, che faccio parte del gruppo “a rischio”.

Durante questo periodo ho avuto ampiamente il tempo di osservare, ascoltare e riflettere su tutto quanto si diceva e faceva per combattere questa pandemia: le misure sanitarie per proteggere la popolazione mondiale e tentare di fermare l’evoluzione della pandemia ma anche le conseguenze socio-economiche che occorrerà gestire al termine dell’urgenza sanitaria.

In primo luogo ci tengo a dire che, contrariamente a ciò che credono gli ambienti dell’economia e le autorità politiche sottomesse – ma questo lo sappiamo da tanto tempo – la pandemia non terminerà alla fine di aprile o a metà maggio. Durerà ancora molti mesi, ossia fino a quando sarà raggiunta l’immunità di gregge della popolazione mondiale e la malattia cesserà così di propagarsi. E questo sia con un vaccino per il quale occorrerà ancora del tempo per svilupparlo e testarlo, sia con un numero sufficiente di persone infettate che saranno guarite.

La situazione attuale è difficile. E non solamente per le imprese, le piccole e medie imprese e gli indipendenti ma anche e soprattutto per le lavoratrici e i lavoratori, il cui gran numero attraverso il mondo non sa se ritroverà il proprio impiego, una volta passato il grosso della crisi. Improvvisamente, dall’inizio della crisi, sentiamo ogni tipo di rivendicazioni emerse da ogni sorta di contesto: alcune legittime, come le protezioni dell’impiego e dei salari, altre completamente strambe, vedi assurde, concernenti la rapidità della fine dell’isolamento e la ripresa delle attività economiche.

Si può, beninteso, criticare le decisioni prese da questo o quel governo. Io penso che nessuna persona fosse pronta a un evento di questa ampiezza. Tutti i piani esistenti, non erano che dei piani. La realtà è sempre differente di un piano che non prende in considerazione, per sua natura, il contesto emotivo. Ciò che colpisce maggiormente è l’incapacità di dare una risposta univoca e coordinata a un problema mondiale. Ogni paese fa per conto suo pretendendo che la situazione è differente da quella degli altri paesi. Ma le persone muoiono a migliaia a causa della stessa malattia, identificata e che non sappiamo come combattere la sua diffusione.

Le cifre sono impressionanti e allarmanti ma molto ampiamente sottostimate. Secondo le statistiche attuali ci stiamo avvicinando a 150.000 morti e superiamo i due milioni di persone infettate. Ci sono molti paesi nel nostro mondo dove non hanno semplicemente né i mezzi, né la logistica per fare delle statistiche così precise come da noi. Vi sono parimenti numerose regioni nelle quali una persona morta è solo un cadavere lungo il cammino senza la preoccupazione di sapere di cosa è morta.

E’ vero: numerose persone soffrono del confinamento e si inquietano per il loro futuro. Ritroveranno il proprio impiego? A quali condizioni?

Occorre tenere a mente che in certe regioni del nostro mondo, il confinamento è stato imposto con brutalità: basta vedere le immagini della repressione della polizia in India. Ma per queste persone, il confinamento significa soprattutto l’impossibilità di provvedere ai bisogni delle loro famiglie. In queste regioni, quando si ha una famiglia da nutrire, il confinamento diventa ancora più doloroso che da noi. Non si tratta unicamente di sapere se si ritroverà il proprio posto di lavoro dopo la crisi. In ogni modo, una grande parte di loro non ha un impiego ma vive di espedienti che permettono di nutrire, più o meno sufficientemente, le famiglie. Io penso, con preoccupazione e emozione, che per queste persone, il tasso di mortalità sarà ben molto più alto.

Personalmente sono maggiormente turbato da questo. Oltre 150.000 persone morte e centinaia e migliaia di persone ospedalizzate nel mondo, ancora una volta cifre ufficiali ma sotto-stimate. Si sentono solo rivendicazioni da qualunque parte provengano. Non una parola di solidarietà, direi almeno di compassione per coloro che soffrono. Questo grande numero di morti significa tante persone in lutto. Inoltre, persone che non hanno avuto la possibilità di fare dei funerali degni di questo nome a causa della situazione. Come si può elaborare il lutto in queste condizioni?

Centinaia di migliaia di persone ospedalizzate, significa milioni di persone che vivono nell’angoscia dell’attesa di cosa potrebbe succedere, senza sapere se una persona guarirà o morirà.

Per quanto mi concerne, accanto a tutto questo, sapere e quando riprenderà l’attività economica, appare secondario. Sono un militante comunista da oltre cinquant’anni ormai, non ho cambiato e non cambierò mai. Ciò che mi sta più a cuore nella situazione attuale è esprimere la mia umanità nel rispetto di coloro che soffrono per altre cose e non solo per la situazione economica.

Gavriel Pinson