Emergenza Diritti Umani in America Latina

Pubblichiamo con piacere il dossier stampa preparato dalla comunità latino americana in Ticino relativo alla situazione politica e sociale in Bollivia e e Cile.

Dossier stampa

Negli ultimi anni in America Latina i movimenti sociali, sostenuti dai partiti di sinistra, hanno avuto un ruolo primordiale nella costruzione di un’identità continentale.

Un’identità che esige ai Governi di prendere posizione di fronte alle questioni etniche, di popoli originari che esigono il loro riconoscimento, dopo centinaia di anni di repressione e di discriminazione.

Questi movimenti chiedono di cessare le devastazioni ambientali, mirate a saziare il consumismo occidentale, oggi hanno raggiunto un punto di non ritorno e si esprimono attraverso le lotte di classe.

Un’aria di cambiamento è ritornata ad essere presente su tutto il territorio, dal Messico fino all’Argentina e sta mettendo in evidenza la diseguaglianza nella distribuzione delle ricchezze ed esigendo delle chiare misure che possano finalmente liberare il Continente dalla catene dell’imperialismo e impostare quindi delle politiche che abbiano come finalità il benessere di un popolo oggi oppresso.

Nell’attualità sono due i paesi più toccati da questi eventi, da una parte il Cile, governato dalla destra e in perenne contestazione negli ultimi mesi, e dall’altra la Bolivia, vittima di un colpo di Stato che vuole imporre di nuovo una gestione neo-liberale pilotata dagli Stati Uniti, dopo più di un decennio di progressi economici e sociali guidati da una coalizione di sinistra.

In questo dossier approfondiremo quindi questi due casi attuali, che devono servire da esempio sull’agire dei poteri forti di fronte ai movimenti sociali e popolari.

Cile

Per diversi giorni, il presidente di destra Sebastian Piñera, ha scatenato l’esercito contro il proprio popolo in rivolta e sospeso le già limitate garanzie democratiche nel paese.
Il suo governo non è grado di controllare la situazione e continua a delegare la gestione dell’ordine pubblico alle forze armate; il risultato è una repressione che ha esacerbato ulteriormente la protesta. Inoltre – ed è un’indicazione proveniente da membri ed ex membri delle forze armate – ci sono informazioni sul richiamo di personale dell’esercito e dei carabinieri (anche in ritiro) ad un ritorno nelle caserme; siamo allarmati e temiamo un nuovo golpe.

Il governo giustifica le misure repressive come rimedio ai saccheggi; ma se ci sono stati episodi di devastazione da parte di frange di delinquenti è d’obbligo sottolineare – e ci sono centinaia di registri che lo confermano – che molti dei roghi e dei saccheggi sono stati provocati anche dalle stesse forze armate e sotto la loro attenta osservazione, e in alcuni casi, come denunciato da diversi cittadini e canali d’informazione, ci sono funzionari della forze armate che istruiscono gruppi di persone al fine di creare caos e violenza. E ora che il popolo si ribella contro queste politiche, ecco che tornano i metodi di Pinochet per difenderle; non dobbiamo dimenticare che la Costituzione della Repubblica del Cile è ancora quella ereditata dal nefasto dittatore!

L’INDH (Istituto nazionale dei Diritti Umani) ha già intentato 248 cause contro i carabineros: una per omicidio, 48 per tortura con violenza sessuale; 173 per tortura e altri trattamenti; 13 per lesioni molto gravi; 6 per tentato omicidio; tra le altre azioni legali e amministrative.

Dennis Cortés, presidente della Società cilena di oftalmologia, ha presentato alla Commissione delle Nazioni Unite una statistica agghiacciante: il numero di persone ferite negli occhi da proiettili di gomma non è solo un record nella storia del Cile, ma anche senza precedenti nel mondo.”Non c’è un numero nella storia della nostra specialità che supporti questi numeri che abbiamo al momento”, ha detto. “Inoltre, quando parliamo di questo a livello internazionale, facendo una rassegna esaustiva del numero di casi di pazienti che hanno perso un occhio a causa dell’uso di armi non letali, il numero è anche molto allarmante e purtroppo guidiamo questo numero”, ha sottolineato. “Facendo una rassegna degli ultimi 27 anni, prendendo tutte le serie pubblicate sulle persone che sono state ferite con armi non letali in dimostrazioni o aree di conflitto – e io includo Israele, Palestina, Gerusalemme, Gaza, tra molti altri – in totale ci sono più di 1.900 feriti da pallini, e 300 di loro hanno subito lesioni agli occhi; “abbiamo quasi la meta’ di quel numero in solo due settimane; l’ 85% di questi feriti sono uomini con una età media di 30 anni, di cui il 30% si presenta con il bulbo oculare scoppiato.

Condanniamo con tutte le nostre forze l’operato dell’apparato repressivo sotto le ordini di Sebastian Piñera e lo riteniamo personalmente responsabile di tutti i soprusi, morti e vessazioni subiti dalle e dei cittadine/i cilene/i.

Ad oggi Piñera ha dovuto riconoscere la legittima richiesta di una nuova Costituzione, invocando un referendum su come dovrebbe essere composta una nuova Assemblea Costituente, un piccola vittoria per il popolo cileno, che sembra però voler continuare a protestare fino ad ottenere le sue dimissioni.

Contestualizzazione

La rabbia della popolazione è esplosa per la decisione del governo di aumentare per la quarta volta dal 2016 le tariffe dei servizi pubblici, ed è il risultato di anni di feroci ingiustizie sociali.
Secondo la classifica della Banca mondiale basata sull’indice Palma – l’indicatore che misura il divario nei redditi tra il 10% più ricco e il 40% più povero della popolazione – il Cile è addirittura
 il secondo stato più diseguale al mondo, preceduto soltanto dal Qatar. Il welfare è praticamente inesistente: secondo un report dell’Ocse, il Cile è ultimo tra i paesi membri per l’impatto delle misure pubbliche (imposte, sussidi, detrazioni fiscali, incentivi etc) sulle disuguaglianze; infatti, dall’inizio degli anni Ottanta è stato tra i pionieri nell’aderire alle teorie economiche liberiste classiche – poi giunte anche in Europa – sulla riduzione delle tasse, della spesa pubblica e dell’intervento statale in generale.

Dagli anni Ottanta il Cile si è aperto al liberismo e alle privatizzazioni più di qualsiasi altro paese dell’America Latina, in certi casi senza dotarsi di leggi adeguate per prevenire abusi e cartelli. Da qui sono nati oligopoli e pratiche commerciali scorrette, con poche aziende a controllare i vari mercati di riferimento. Numerosi scandali hanno colpito prodotti di uso comune: dal mercato del pollo a quello di fazzoletti e carta igienica, fino alle farmacie.Grazie alle liberalizzazioni poche multinazionali dominano il mercato in molti settori, controllandolo e tenendo i prezzi alti a danno dei consumatori. Una condotta che in Cile è stata depenalizzata nel 2003, e le sanzioni sono state sostituite da multe o lezioni di etica per gli amministratori delle società. Non è un caso quindi che la rabbia dei manifestanti si sia rivolta contro i supermercati dell’americana Walmart; protagonista dello scandalo sul pollo insieme ad altre due catene oligopolistiche, Smu e Cencosud: le aziende non solo si erano accordate per tenere i prezzi alti, ma avevano messo in piedi un sistema per controllare e rispettare questi accordi, usando dipendenti appositamente incaricati a ditte esterne contrattate allo scopo. Le tre multinazionali se la sono cavata con una multa di 12 milioni di dollari da dividere in tre, ma hanno un business mondiale e fatturati miliardari. Il salario minimo fissato per il 2019 non raggiunge i CHF 400 e confrontato con il crescente costo della vita in Cile è insufficiente: il canone d’affitto medio per un appartamento fuori dal centro di una grande città si aggira sulla stessa cifra. Aggiungendo le spese per le utenze – care rispetto agli altri vicini sudamericani – la supera abbondantemente: i lavoratori cileni, per arrivare alla fine del mese, devono indebitarsi.

Bolivia

Durante il Governo guidato da Evo Morales la Bolivia è passata a essere, dal paese più povero della America Latina a quello con la maggior crescita, distribuendo la ricchezza, dando una dignità alle persone più umili.

Si è inoltre completata la nazionalizzazione del gas e l’acqua (quest’ultima stabilita come diritto umano, privatizzata in passato), si è socializzato l’utilizzo del Gas per metterlo al servizio del popolo, e grazie a ciò realizzando una crescita mai vista prima.

La metà degli incarichi pubblici sono occupati oggi dal donne, delle quali un 70% sono indigene, è stato eliminato l’analfabetismo, è stata creata la pensione per le persone anziane (+ 65 anni), sono state creati dei buoni studio per gli studenti e sovvenzioni per le persone in difficoltà e quelle più emarginate.

Inoltre sono state create migliaia di infrastrutture pubbliche tra cui ospedali, scuole, strade e centri sportivi.

E tutto ciò attraverso un primo passo fondamentale: la creazione di una costituzione che ha dato diritti ai: lavoratori, contadini, studenti, donne e indigeni (che rappresentano l’80% della popolazione boliviana).

Alle elezioni dello scorso ottobre, il MAS, ha vinto le elezioni al primo turno con più di 10 punti di distacco dal secondo candidato rivale Carlos Mesa. Riconfermando Evo Morales come presidente della Bolivia. In seguito a ciò alcuni dirigenti dei movimenti civici sotto comando di Luis Fernando Camacho e il partito politico “Comunità Cittadina” di Carlos Mesa, hanno guidato il Colpo di Stato per far cadere il governo di Evo.

In seguito alla confusione generata, per denunce di frode, realizzate dal partito “Comunità Cittadina”, senza presentare prove, il governo boliviano ha sollecitato il segretario della OEA per la realizzazione di una revisione integrale del calcolo officiale dei voti, con il fine di garantire una maggiore trasparenza in questo processo.

Tuttavia, i gruppi civici, come “Comunità Cittadina” di Carlos Mesa che all’inizo hanno accettato le

condizioni della revisione elettorale in collaborazione con la OEA; hanno rifiutato in seguito senza ulteriori argomentazioni i futuri risultati del processo di Revisione Internazionale. Rivelando con ciò che le denunce di frode sono stati solo argomenti per generare caos e scontri tra boliviani, con l’obbiettivo di rovesciare il governo.

I dirigenti civici dell’opposizione, giorno per giorno, hanno attuato azioni antidemocratiche che vanno contro la costituzione e le leggi, tra cui il rogo delle istituzioni elettorali e degli uffici pubblici e la persecuzione di contadini indigeni lavoratori, persone che abbiano alcuna affinità con il partito del Governo e membri del Parlamento, minacciando di dare fuoco alle loro case e di fare del male alle loro famiglie se non si fossero dimessi;

Infine le Forze Armate hanno rinnegato il Governo Costituzionale e minacciato il Presidente Evo Morales affinché abbandoni la presidenza in 48 ore.

Per questi motivi il 10 novembre, nonostante la sua proposta di riconvocare delle elezioni, il presidente Evo Morales Ayma è stato costretto a dare le sue dimissioni, per evitare ulteriori spargimenti di sangue e di violenze in Bolivia.

Ad oggi, dopo l’auto-proclamazione di una presidenza, poco riconosciuta sul piano internazionale e che dovrebbe essere ad interim, il popolo si è riversato nelle strade dei principali centri per difendere la democrazia e l’autodeterminazione ed è stato fortemente represso, si contano al giorno d’oggi più di venti morti.

Di fronte alla totale indifferenza della comunità internazionale – e anche dei media – verso l’interesse del popolo latinoamericano in questo momento storico, e constatando la guerra mediatica portata principalmente contro i paesi di Cuba e Venezuela, la comunità latinoamericana presente in Ticino e gli amici del popolo latinoamericano in lotta presenti nel nostro Cantone hanno unitamente deciso di indurre una manifestazione il sabato 23 novembre alle ore 16.30 a Bellinzona.

Sarà inoltre l’occasione per manifestare per l’ennesima volta la solidarietà della comunità latinoamericana in Ticino con i popoli in lotta per una società più giusta e contro l’imperialismo nell’America Latina.

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