Loro e noi – Riflessioni della compagna Sonja Crivelli sull’identità nazionale

Noi svizzeri e loro. Loro vengono a lavorare nel nostro paese o fuggono dalle loro case cercando una vita migliore e più sicura, lontana dalle guerre. Da noi, come in Europa, si fa strada un’opposizione sempre più forte e minacciosa contro le migrazioni. Si respira un’aria sempre più marcata verso la convinzione che le nostre culture sono sconvolte nel loro equilibrio e che la nostra identità è minacciata. Si parla di una specie di contagio, del furto del nostro spazio vitale e dei nostri beni. Molte persone hanno l’impressione di non essere più a casa propria e, in questo confronto/scontro di culture e storie vissute tendono a ripiegarsi su sé stesse.

In un mondo globalizzato, le donne e gli uomini hanno bisogno di ancorarsi alla storia, di tessere fra loro le esperienze di appartenenza a una famiglia, a un luogo, a una cultura ideologica. Ma questa storia e questa cultura non sono statiche perché il mondo non è statico. Ogni giorno intrecciamo la nostra cultura con altre, quelle che mandano messaggi attraverso ogni forma di comunicazione e informazione, scavalcando ogni confine. La nostra identità è in continua evoluzione e non può quindi fermarsi a un punto morto. La nostra lingua cambia ed è di questi giorni l’informazione che i vocabolari hanno introdotto tanti neologismi, a conferma che anche la lingua si trasforma.

Per alcune e alcuni la minaccia si estende alla nazione. Ma questo pensiero scricchiola perché dimentica che le nazioni provengono dalla fusione di popoli, razze, culture, religioni e anche idiomi differenti: l’identità nazionale non è la stessa cosa della nazione. Nessuna nazione è composta da una sola etnia e la Svizzera è un esempio evidente di coesione di culture, religioni e storie.

Una nazione dovrebbe identificarsi e si qualificarsi per la libertà di espressione, per la qualità dei suoi servizi e della scuola, per l’uguaglianza fra le cittadine e i cittadini. Si dovrebbe misurare pure attraverso la sua politica fiscale e una efficace ridistribuzione della ricchezza.

C’è bisogno di un’identità nazionale diversa da quella che si rifà al pensiero illusorio e semplicistico di un’unica e sola cultura e ne riconosce invece la complessità, le sfumature e il percorso storico.

C’è bisogno di un’identità individuale che non mette frontiere tra noi e loro perché l’identità sta nel cambiamento, nel riconoscerlo e nell’accettarlo: un processo dinamico che è contrario alla chiusura in sé stessi.

C’è bisogno di contrastare a voce alta quanto vanno urlando e gracchiando le Destre locali, seminando la fobia nei confronti delle persone straniere (non quelle ricche e nemmeno quello che riciclano capitali sporchi), fomentando così le guerre tra “i poveri”. Ingabbiano le persone in schemi di pensiero finalizzati solo a mantenere i privilegi di pochi e soprattutto e a non combattere – nemmeno con un graffio – il capitalismo.

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