Parità, una questione di educazione

Condividiamo in seguito l’intervista alla nostro compagna Sonja Crivelli sul legame fra parità di genere ed educazione. L’intervista è di Veronica Galster ed è apparsa sul giornale Area del 19 aprile 2019.

Le ineguaglianze sul mercato del lavoro si spiegano in parte con i percorsi formativi, che permangono considerevolmente diversi tra ragazze e ragazzi. Le ricerche hanno messo in evidenza la moltitudine di meccanismi, spesso sottili e diffusi,
attraverso i quali la società tende a creare o rinforzare dei ruoli sociali fondati sul genere e che hanno un impatto determinante nel corso della vita, in particolare sull’orientamento professionale. Qual è il ruolo della scuola in tutto ciò e cosa può fare o sta facendo per contribuire a una società più paritaria?
Nella Costituzione federale è sancito il principio delle pari opportunità e dell’accesso all’insieme delle formazioni per tutte
e tutti, ma nonostante ciò la parità tra donne e uomini in ambito formativo non è ancora una realtà. Dei passi avanti sono stati fatti, in particolare per quanto riguarda l’accesso ai settori di formazione scolastica e professionale, ma la logica di genere è ancora pregnante, con una divisione socio-sessuata del sapere e meccanismi più o meno sottili che portano ancora la maggior parte delle ragazze a orientarsi verso formazioni e professioni meno valorizzate, ma anche con la presenza di interazioni e violenze che hanno luogo nel contesto scolastico.
L’educazione e la formazione possono però anche diventare degli elementi chiave per il raggiungimento di una parità tra
i generi e di una parità più in generale, soprattutto se si inizia nella prima infanzia, quando le bambine e i bambini non hanno ancora delle rappresentazioni fisse per quanto riguarda l’identità sessuata, e le loro interazioni non sono ancora falsate dai filtri delle divergenze, date dalle identità di ruolo sulla base di stereotipi di stampo patriarcale.
In questa fase si può quindi ancora giocare d’anticipo e agire sulle attitudini precoci, potenzialmente discriminanti, per
modificarle.
In che modo la scuola riproduce le disparità di genere e come può invece diventare terreno fertile per un’effettiva parità? Ne abbiamo discusso con Sonja Crivelli, pedagogista in pensione, attiva politicamente in favore della parità in tutte le sue forme e che da decenni porta avanti in Ticino un discorso di educazione alla parità, che deve passare anche dalla scuola.

«In Ticino non sembra esserci niente di ufficiale che indichi alle docenti e ai docenti cosa fare in questo ambito e manca una sensibilità in tal senso, se non per qualche caso isolato. Abbiamo una situazione un po’ a macchia di leopardo, eppure in altri cantoni si sta facendo molto, penso alla Svizzera romanda, ed esistono cattedre universitarie su queste tematiche in tutta Europa», ci spiega con una certa amarezza.

Concretamente, come vengono riprodotti gli stereotipi di genere a scuola?

«Viviamo in una società nella quale il patriarcato è ancora fortemente radicato e sono ancora molto presenti troppi modelli stereotipati, che finiscono nei manuali scolastici», spiega Crivelli, che porta l’esempio di uno studio del Deuxième Observatoire, che si occupa di ricerca e formazione sui rapporti di genere in Svizzera romanda, la cui analisi ha messo in luce parecchi meccanismi, più o meno inconsci, che tendono a valorizzare i maschi più che le femmine, oltre a riprodurre gli stereotipi classici dei ruoli assegnati.

Frasi del tipo: «Non fare la femminuccia» o «non arrampicarti come un maschiaccio», sono ancora espresse dalle insegnanti e dagli insegnanti, ma anche atteggiamenti meno visibili, come dare più spesso la parola ai bambini piuttosto che alle bambine o valorizzare i maschi dicendo che sono forti, mentre alle femmine si dice che sono belle. Questi sono tutti atteggiamenti che rinforzano un certo tipo di immagine di sé e che non aiutano nel raggiungimento della parità di genere. Ci sono poi anche i casi, sempre meno frequenti, dei manuali scolastici con frasi del tipo: «La mamma cucina e
il papà legge il giornale», oppure nei problemi matematici le donne sono spesso relegate ad attività di economia domestica e accudimento dei bambini, mentre gli uomini fanno cose più legate al mondo della scienza o della costruzione.

Per cercare di ovviare a questo problema, la Conferenza romanda degli uffici della parità, in collaborazione con diversi dipartimenti romandi dell’istruzione pubblica, ha sviluppato già nel 2006 il progetto “La scuola della parità”, fornendo alle insegnanti e agli insegnanti del materiale pedagogico e didattico che permette un’articolazione della tematica con il piano di studi, materiale attualizzato e ridistribuito proprio a febbraio di quest’anno e che porta in classe un’immagine diversa dei ruoli di genere, fa attenzione al linguaggio e propone modelli femminili vincenti.
Chiaramente l’attitudine dei docenti e delle docenti rispetto a questo materiale gioca un ruolo importante nella sua utilità, ma generalmente è stato ben accolto constata Seema Ney, capo del progetto.

Secondo Sonja Crivelli, «si può fare molto, cominciando già dalla scuola dell’infanzia e procedendo per tappe a seconda delle età, ma la scuola è inserita nella società e quindi questo discorso va portato avanti anche sul piano politico e culturale, parallelamente a una formazione delle docenti e dei docenti che li renda attenti e li faccia discutere tra di loro sul ruolo che hanno in questo ambito. Occorre introdurre una pedagogia che promuova la parità tra ragazze e ragazzi, bisogna lottare contro gli stereotipi e valorizzare le differenze affinché maschi e femmine possano svilupparsi in funzione delle proprie capacità, delle proprie aspirazioni e indipendentemente dagli stereotipi di genere».

Fare un discorso di politica culturale su questi temi equivale, secondo Crivelli, a fare una prevenzione a lungo termine contro la discriminazione, ma anche contro la violenza sulle donne e la violenza in generale.
«Educando le ragazze e i ragazzi alla differenza, facendoli lavorare in gruppo il più possibile affinché imparino a collaborare tra di loro, ad ascoltarsi valorizzando le diverse competenze di ognuno, in questo modo la scuola può contribuire a creare una società rispettosa di tutte e di tutti, una società dove la convivenza è costruita nel quotidiano, in ogni contesto, sia esso lavorativo, culturale, ludico o sportivo», conclude.

Quindi, il 14 giugno si sciopererà anche affinché la scuola sia un luogo di emancipazione e di promozione della parità, che utilizzi un linguaggio inclusivo, proponga formazioni pedagogiche critiche, modelli femminili e familiari variegati, oltre ad uno spirito cooperativo e solidale e affinché tutto il corpo insegnante e le persone che intervengono nell’ambito pre-scolastico, scolastico e para-scolastico siano formate su questi temi.

Apparso su Area / Veronica Galster / 19 aprile 2019

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