Reati sessuali e (in)giustizie

Cosa prova una donna quando il suo corpo viene violato, maltrattato o solo “commentato” da parte di un uomo che trova piacere solo per se stesso? Come ci si sente dopo un abuso, un atto di forza contro la propria volontà? Cosa vuol dire sentire i propri confini personali oltraggiati?

Le persone che hanno dovuto confrontarsi con degli abusi sessuali testimoniano di un grande disorientamento, una confusione, un misto di emozioni e rabbia che portano ad avere dubbi sulla percezione e identità di loro stesse. E questo indipendentemente dall’età o dalla propria storia personale, se l’uomo che fa di loro un oggetto di sua proprietà sia familiare o estraneo.

Una donna abusata ha bisogno di tempo per ritrovare lucidità per affrontare ciò che le è successo o le sta succedendo, deve capire e capirsi, districarsi tra i dubbi e gli interrogativi sulle conseguenze delle scelte che farà.

E’ risaputo che coloro che praticano violenza ripetuta sul corpo della donna scelgono le loro vittime tra le subalterne, in modo da poterle soggiogare tramite ricatti, espliciti o no.

Uscire allo scoperto non è semplice, richiede tempo perché la nostra società, i nostri superiori o le persone vicine non sono ancora tutte e tutti pronti ad ascoltare, a credere e a cogliere la sofferenza altrui.

In tal senso, se alla difficoltà di parlare e raccontare il proprio vissuto, aggiungiamo che tale racconto sarà da esporre numerose volte durante il procedimento penale, dove sarà vivisezionato e analizzato alla ricerca di incoerenze, per poi essere divulgato tramite la stampa al pubblico intero, il percorso di denuncia implica far rivivere e riaprire ferite profonde. Ci vuole tempo, ci vogliono anni se non si incontra chi ti crede, o peggio quando l’interlocutore con il quale ci si apre si schiera in difesa dell’aggressore quando ci si confida o se si ha bisogno di riflessioni prima di decidere.

La storia recente del Ticino è segnata dal processo all’ex-funzionario, ora in odore di prepensionamento dopo essere stato licenziato dall’Amministrazione cantonale continuando a percepire il suo salario pieno: una fortuna la sua, quella di essere arrivato all’età in cui poter chiedere il pensionamento anticipato e non avere più bisogno di cercarsi un’occupazione. Un privilegio che sembra una beffa ulteriore verso le vittime che dovranno invece versare circa 42.000 franchi per spese processuali (Il servizio d’aiuto alle vittime di reati paga le spese giudiziarie per un valore di 4 ore di lavoro, sic!) e malgrado la sentenza abbia dato loro ragione!

Ma quello che stupisce maggiormente è la prescrizione. Per il fatto che delle otto donne che hanno accusato l’ex funzionario, cinque donne non sono potute essere prese in considerazione perché i reati già prescritti, mentre per le tre giovani donne che hanno trovato la forza di portare alla luce quanto hanno subito entro i 15 anni concessi, la quasi totalità dei reati è anch’essa andata in prescrizione, rendendo nei fatti impossibile ottenere una sentenza proporzionata alla gravità dei reati.

Una giustizia che non riconosce il tempo delle vittime per l’elaborazione di percorsi dolorosi per ogni donna che subisce violenza prima di trovare la forza di accettare che tutto questo venga analizzato, sminuzzato pubblicamente in ogni sua piccola dimensione non è giustizia.

Se poi, tutto cade in prescrizione, non si può che concludere come la giustizia finisca con il proteggere l’abusatore e ledere ancora di più alle vittime.

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