Due pesi e due misure

L’editoriale del Direttore Fabio Pontiggia sul Corriere del Ticino di martedì 15 gennaio mi muove ad alcune riflessioni.

Ricordo innanzitutto, a scanso di equivoci, che i Partiti Comunisti sono sempre stati contro il terrorismo. Anche Ernesto Guevara de la Serna, detto Che, che era  un importante organizzatore rivoluzionario, e non ancora solo una decalcomania su una maglietta, in un suo dicorso di arruolamento delle forze rivoluzionarie dice : “Sia chiaro che noi non siamo qui solo per tirare col fucile. (…) Chiunque di voi userà la sua posizione per fare del male ai contadini o alle loro famiglie, ne risponderà a me, e la giustizia rivoluzionaria cadrà su di lui !”

Il Partito Comunista Italiano è stato fin dall’inizio degli anni di piombo molto severo nei confronti dei gruppuscoli terroristi e ha sempre sostenuto la politica della fermezza. Ho fatto anch’io qualche ricerca sul caso Battisti e su altri casi di terroristi, ed ecco i risultati.

Battisti subì il primo processo, nel 1981 e fu condannato a 12 anni di prigione per possesso di armi, una pena considerata eccessiva e, prima dell’incarcerazione, Battisti fuggì in Francia. Viveva scrivendo pessimi libri gialli e facendo il guardiano notturno. Nel frattempo in Italia continuavano i processi e, evidentemente sicuri che nessuno avrebbe chiesto il rientro di Battisti, i suoi “amici” decisero di scaricare le colpe su di lui. In maniera particolare tal Pietro Mutti, che raccontò varie versioni della sua storia, spesso contraddittorie, e che disse di aver visto con i suoi occhi il Battisti uccidere il capo delle guardie del carcere di Udine, Santoro. Questa era l’unica testimonianza in cui compariva il nome di Battisti, le altre fuono tutte ritrattate perché estorte con la forza. Peccato che, dagli atti giudiziari e dalla sentenza, risulti che Battisti non poteva essere presente al momento dell’omicidio poiché “in altro loco”. Una sentenza piena di “tal dice per sentito dire”, ecc… Non esiste, ad oggi, nessuna prova su Battisti per i crimini dei quali viene accusato. I casi che gli vengono attribuiti con più fervore sono quelli dell’omicidio Torreggiani, caso i cui colpevoli furono tutti arrestati ed a cui il nome di Battisti venne associato in un secondo momento, poiché “probabilmente presente alla riunione che decise di quell’attentato, e quello dell’omicidio Sabbadin (delitto simultaneo per il quale Battisti è stato condannato in contumacia).Poiché condannato in contumacia, se catturato Battisti non potrà rispondere dei suoi crimini riaprendo il processo. L’unico stato europeo ad avere questa legge è l’Italia. Fuggito in Brasile finì in carcere fino a quando non gli venne concesso l’asilo politico da parte del ministro Tarso. Non vi sono certezze della colpevolezza o dell’innocenza di Battisti, insomma, che resta colpevole di aggressioni e azzoppamenti vari di quegli anni, ma resta comunque una vittima di processi sommari.

Se le Brigate rosse e gli altri gruppuscoli terroristici erano contro lo Stato, che le ha sgominate con centinaia di arresti e di condanne grazie anche alla posizione politica del PCI, il terrorismo di destra era dentro lo Stato. Gli stragisti hanno trovato complicità e protezioni nei servizi e negli apparati di polizia e di giustizia. Così troppe bombe nere sono rimaste senza colpevoli. E i teorici della violenza hanno potuto riproporsi come cattivi maestri. Sono rimasti quasi tutti impuniti. E oggi non si sentono vinti, ma vincitori. Sono i precursori e gli ispiratori dei movimenti neonazisti e neorazzisti di oggi.

Il più famoso dei terroristi neri, Franco Giorgio Freda, è libero da anni. Vive ad Avellino e fa ancora l’editore di ultradestra, con un sito che lo celebra come «un pensatore» da riscoprire: il padre «preveggente» di un «razzismo morfologico» da opporre «alla mostruosità del disegno di una società multietnica». Freda è stato condannato in tutti i gradi di giudizio per 16 attentati con decine di feriti che nel 1969 aprirono la strategia della tensione: bombe contemporanee sui treni delle vacanze, all’università di Padova, in stazione, in fiera e in tribunale a Milano. Liberato nel 1986, Freda si è rimesso a indottrinare neonazisti fondando un movimento chiamato Fronte Nazionale: riarrestato, è stato difeso dall’avvocato Carlo Taormina e nel 2000 la Cassazione gli ha ridotto la condanna a tre anni per istigazione all’odio razziale. Dopo di che è tornato libero. Il suo braccio destro, Giovanni Ventura, che aveva confessato gli attentati del 1969 che prepararono piazza Fontana, non ha mai scontato la condanna: è evaso nel 1978 e ha trovato rifugio sotto la dittatura in Argentina, che ha rifiutato di estradarlo. A Buenos Aires è diventato ricco con un ristorante per vip, fino alla morte per malattia nel 2010. Nell’ultimo processo su piazza Fontana, la sentenza conclude che Freda e Ventura erano colpevoli, ma le nuove prove sono state scoperte troppo tardi, dopo l’assoluzione definitiva. Sconti e benefici di legge hanno cancellato il carcere anche per Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, i fondatori dei Nar (con Massimo Carminati), che dopo l’arresto hanno confessato più di dieci omicidi e sono stati condannati anche per la strage di Bologna (85 vittime), nonostante le loro proteste. E nonostante i depistaggi: due ufficiali del Sismi fecero trovare armi ed esplosivi su un treno, nel 1981, per salvare i neri incolpando inesistenti terroristi esteri. Fioravanti e Mambro hanno ottenuto la semilibertà nel 1999. È sempre brutto fare la conta dei morti, lo so. In una società divisa in classi, però, anche la giustizia obbedisce alle direttive e agli obiettivi della classe dominante.

 

Gianpiero Bernasconi*

*Presidente del Comitato cantonale del Partito operaio e popolare-Ticino, sezione del Partito svizzero del Lavoro

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