Offrire posti di lavoro dignitosi o andarsene!

Leo Schmid. Uno dei tanti. Il capannone della Gucci a S. Antonino è però il più imponente e forse quello che nasconde più marciume. Il POP sostiene che il Ticino non ha bisogno di aziende così.

A Sant’Antonino si è insediata la multinazionale Luxury Good International (LGI), che comprende la famosa e controversa marca italiana Gucci. Il motivo essenziale di questa scelta è certamnte il vantiaggio fiscale che offre la Svizzera, a cui si aggiungono l’assenza di regole nel mercato del lavoro e la buona rete di trasporti. Il gruppo a cui appartiene Gucci realizza ogni anno oltre un miliardo di utile. L’azienda italiana rappresenta oltre il 50% del fatturato della LGI.

In Ticino e nel mondo solo danni
In Ticino l’azienda è già stata criticata da molti per non aver portato nulla di buono. Il cantiere del nuovo stabile è stato controverso, con orari di lavoro ben oltre i limiti imposti dai CCL, seri dubbi di lavoro nero e lavoro sotto la pioggia. Gucci aveva già due altre sedi logistiche ed una amministrativa in Ticino a Bioggio, Stabio e Cadempino, ma la goccia che fa traboccare il vaso è lo stabilimento che ha occupato un pregiato appezzamento di terreno sul piano di Magadino, senza offrire nulla in contropartita per l’occupazione. Infatti solo 15 sono stati i posti di lavoro creati, mentre gli altri 135 impiegati sono stati assunti dalle altre sedi del gruppo.
Come ben riportato dal quindicinale Area, le condizioni di lavoro non sono mimimamente dignitose e per un residente qualsiasi, anche il più disperato, sono inaccettabili. Lo stipendio lordo varia tra i 2300 e i 2700 franchi, ma la maggior parte del personale è occupato solo al 70%, per cui puliti in molti casi non si guadagna neanche 1500 fr. Con questi salari non è possibile vivere in Svizzera senza chiedere aiuto allo Stato. Ma i salari non sono il solo neo, essendo quasi tutti assunti per agenzia di lavoro interinale, gli orari sono talmente flessibili che è impensabile poter completare con un altro 30%. La direzione del personale fissa i piani di lavoro giornalmente ed è anche capace di modificarli durante l’orario di lavoro. Per i primi tre giorni di prova, rigorosamente non pagati, i nuovi dipendenti sono messi all’asta secondo la loro produttività. Chi rende meno dopo la prima ora non viene assunto, dopo la seconda ora idem.. e così fino alla fine della giornata.

La politica deve essere in favore di chi lavora
Noi chiediamo che la politica faccia lo stesso con loro. O garantiscono condizioni di lavoro dignitose o possono anche andarsene. Garantire la dignità di chi lavora non è un’opzione, ma un esigenza a cui non si può rinunciare nel 2015. Lavorare con dignità significa guadaganre quanto basta per vivere, avere il tempo per riposare e per essere liberi, di poter lavorare in collaborazione con i propri colleghi e non in concorrenza. Questi criteri devono diventare delle condizioni sin equa non per l’ottenimento di un permesso per aprire un’azienda, perché altrimenti dei posti di lavoro non ce ne facciamo nulla.
Una politica giusta deve saper imporre, a chi crea posti di lavoro, di rispettare la dignità delle persone. Gucci non ha rispetto per i propri dipendenti, per cui i politici, che si sono riempiti le tasche con il suo arrivo, dovrebbero essere i primi ad impegnarsi per far cambiare le cose, invece tutto tace. Anzi il signor Vitta, sindaco di S.Antonino, è in corsa per il CdS.

Gucci non sfrutta solo in Ticino, è una multinazionale e ci mancherebbe. Senza andare a parlare di come e dove vengono prodotte le pelli che compongono gli accessori del marchio italiano, su di cui è difficile trovare informazioni, anche nelle boutiques di lusso Gucci spreme chi lavora. Nel 2011 dei lavoratori di un negozio a Shenzhen in Cina hanno contestato il managment di Gucci perché gli orari di lavoro oltrepassavano le 12 ore e sommati allo stress hanno causato aborti per affaticamento a delle giovani dipendenti.
Il marchio Italiano però si fregia di non aver delocalizzato la produzione in Cina, salvaguardando i posti di lavoro in Italia. In realtà Gucchi ha fatto venire dalla Cina gli operai, imponendo agli artigiani italiani di sottopagarli in nero per ridurre i costi di produzione. Un recente documentario di Rai Tre mostra come sia proprio la casa madre ad imporre tali condizioni, comprando a suon di mazzette il silenzio di tutti i controllori. Gli operai che lavorano per le aziende manufatturiere della Gucci ricevono un terzo del salario rispetto a quello che esse dichiarano, vale a dire che lavorano 14 ore ne ne ricevo 5-6 sulla busta paga. A detta degli artigiani questo è il solo modo per riuscire a mantenere l’appalto, altrimenti Gucci trova qualcun altro più disponibile a sfruttare.